Archive for marzo, 2008

…to be “in man al pàlpio”… part two

domenica, marzo 30th, 2008

La fine della Seconda Repubblica
Crisi italiana
Alitalia e pensioni: gli emblemi del fallimento del nostro sistema politico

Ove mai ce ne fosse stato bisogno, dopo la “fuga” dalle responsabilità intorno alla spazzatura, ora la pantomima di Alitalia, con aggiotaggio annesso, e la gara al rialzo sulle pensioni, confermano che chiunque le vinca le prossime elezioni non serviranno minimamente a porre rimedio alla “crisi italiana”.

La vicenda della decotta compagnia aerea è emblematica come nessun altra del fallimento del nostro sistema politico. Con Berlusconi nelle impacciate vesti di banchiere d’affari - ah, Cavaliere, cosa vuol dire non aver voluto frequentare Cuccia! - intento, dopo aver colpevolmente sprecato i cinque anni decisivi per la ristrutturazione di Alitalia (quelli della legislatura 2001-2006), a metter sù un’improbabile cordata patriottica, che nell’abortire prima ancora di essere nascere rischia di mettere in difficoltà anche AirOne, l’unico soggetto italiano che a buon titolo ha partecipato alla “gara” per il salvataggio di Alitalia.

E con Veltroni costretto a difendere la scelta suicida di Prodi che ha aperto le porte alla colonizzazione di Air France, anche perchè da Sindaco di Roma l’aveva condivisa nella logica campanilistica di Fiumicino contro Malpensa, ecco che Alitalia ha smesso di essere solo un problema di politica industriale per diventare il simbolo di quel mix di ignoranza, incapacità, superficialità e menefreghismo che ha contraddistinto la classe dirigente (si fa per dire) del Paese in questi 15 anni di Seconda Repubblica. Fare gran parte della campagna elettorale su questa faccenda, e per di più in questo modo becero, nonostante che tutti portino le stigmate della responsabilità del fallimento della compagnia (qui non si può sbagliare: funzioni istituzionali, ruoli politici e figura dell’azionista di maggioranza coincidono) la dice lunga su come all’indomani del voto si affronteranno - o non si affronteranno - i nodi strutturali del declino italico. Altro che spirito bipartisan per tagliare senza reticenze nodi gordiani come quello della crisi infinita di Alitalia, e più in generale del trasporto aereo, vittima del federalismo aeroportuale e della mancanza di compagnie serie (quasi tutti i privati sono falliti, spesso in malo modo).

Altro che politica condivisa per il turismo e per la logistica, due pietre miliari su cui costruire quel nuovo modello di sviluppo di cui o si parla per slogan o, più facilmente, neppure si evoca. Lo stesso dicasi per la questione pensioni. Sulla base del presupposto che vince le elezioni chi la spara più grossa, ecco che dopo il salario minimo, dall’uovo di Pasqua di Veltroni è arrivata la “sorpresa” di un incremento di 400 euro per le pensioni sotto i 25 mila euro l’anno, e di una cifra tra i 250 e i 100 euro per quelle tra i 25 e 55 mila. Costo totale: 2,5 miliardi. Cifra che sommata alla spesa stimata dal Sole24Ore per il resto del programma del Pd, porterebbe a circa 13 miliardi nel 2009 e a circa 29 miliardi nel 2012 il “costo” della campagna elettorale veltroniana. A stretto giro è ovviamente arrivata la risposta di Berlusconi. Accusando l’avversario di averlo copiato, il Cavaliere ha alzato la posta: innalzamento delle posizioni previdenziali minime e adeguamento al costo della vita di tutte le pensioni fino al livello di mille euro al mese.

Quanto costi questa riedizione della scala mobile (solo per pensionati) che seppellisce Bettino Craxi una seconda volta, non è dato sapere - Brunetta parla di 2 miliardi - ma sappiamo che si tratta di una forma di indicizzazione che rischia di innescare una pericolosa spirale prezzi-pensioni (che i pensionati pagherebbero attraverso la tassa occulta dell’inflazione), e la spesa sarebbe comunque aggiuntiva rispetto a quella già alta prevista dal programma berlusconiano (economisti vicini al centro-destra li hanno stimati in 8-10 miliardi l’anno nel quinquennio, contro i 72-87 di altri). In tutti i casi, quelle sulle pensioni sono promesse estemporanee - il tema non era neppure sfiorato nei programmi elettorali - che i due leader del “bipartitismo all’italiana” si potevano risparmiare, perchè alimentano l’idea che l’equità venga prima dello sviluppo (e a prescinderne) e che se anche non si hanno ipotesi di copertura di spesa credibili, agli italiani si può raccontare qualunque fregnaccia. Senza contare che così si rischia di rallentare, se non di deviare, il già lento cammino sulla strada dell’adeguamento al metodo contributivo e della separazione tra previdenza e assistenza. Sia chiaro, nel sistema pensionistico squilibri da sanare ce ne sono, ma occorre farlo ripensando l’intero impianto della spesa previdenziale, non con interventi “mordi e fuggi” dal chiaro intento propagandistico.

Insomma, per essere credibili come levatrici della Terza Repubblica e non soltanto come becchini della Seconda, Pd e Pdl avrebbero dovuto dire agli italiani: negli altri paesi europei l’età pensionabile è ormai come minimo a 65 anni, se anche noi la adottassimo subito potremmo spendere una parte consistente di quel si risparmierebbe per adeguare le pensioni in essere. Ma questo presupporrebbe un ben diverso approccio rispetto a quello da fiera di paese fin qui seguito. E d’altra parte, se Veltroni e Berlusconi non hanno sentito il bisogno di scendere in una strada di Napoli piena di spazzatura per prendere un solenne e solidale impegno nella soluzione di quel drammatico problema, perché avrebbe dovuto esitare nel fare demagogia su Alitalia e sulle pensioni?

Enrico Cisnetto, 28/03/08 - www.terzarepubblica.it


Si stava meglio due anni fa, ma anche sette anni fa
Gli slogans si ripetono, il declino resta
Fino a quando la propaganda nasconderà i problemi reali?

Si stava meglio due anni fa, prima del Governo Prodi? O si sta peggio ora? E” lo slogan di rimbalzo del centro-destra per sintetizzare il malessere comune che sembra favorire questa volta, a sentire i sondaggi, la mini-coalizione di Silvio Berlusconi. I messaggi mediatici si accavallano e si neutralizzano a vicenda, ma questo dello “stare peggio” è lo stesso slogan usato dal centro sinistra di Prodi due anni fa per sconfiggere, per un pelo, la maxi coalizione del centro destra dopo ben cinque anni ininterrotti di governo Berlusconi. Certo che si stava meglio prima, si stava meglio due anni fa e si stava meglio cinque anni prima. Meno precari, meno “tesoretti” trovati per strada, più consumi, più energia, prezzi e mutui meno alti, più sicurezza e meno immigrazione clandestina.

Prima gli stipendi medi consentivano a stento di arrivare alla quarta settimana del mese, ora a mala pena alla terza. Del resto il declino italiano è in atto, per chi vuol vedere, da quasi un decennio, è testimoniato dall”indice del nostro prodotto lordo interno inferiore nel periodo rispetto a quello medio europeo ( per non parlare della Cina, dell”India, degli stessi USA) e dal parallelo declino della sua classe politica, sempre la stessa, aggrovigliata attorno al falso problema del Berlusconi sì e del Berlusconi no. Come se tutto quello che avviene attorno all”Italia, in Europa e nel mondo, non abbia mai alcuna rilevanza.

Non basta adesso un libro di Tremonti a farci scoprire che l”Italia, come e più degli altri Paesi europei, è entrata in un”epoca difficile senza prenderne atto e con ritardi di partenza che si sono via via accresciuti in questi ultimi anni. Quella di Tremonti appare a questo punto, più che una denuncia, una testimonianza a passata memoria di ciò che anche il governo Berlusconi, di cui faceva parte, non ha saputo o voluto fare soprattutto nel cruciale passaggio dalla lira all”euro.

Si poteva fare di più e di diverso in questi anni e perchè non è stato fatto? A sentire Berlusconi la responsabilità è stata dei suoi riottosi alleati che gli hanno impedito di portare a termine il suo lucido piano di ripresa e sviluppo, di tagliare le tasse come lui voleva, di completare le grandi infrastrutture, di privatizzare i servizi pubblici locali, di diminuire la spesa pubblica. Tutta colpa dell”UDC di Ferdinando Casini, dei suoi intralci e delle continue richieste di “verifiche” di governo. Colpa dell”UDC anche quella di aver voluto reintrodurre nella legge elettorale un sistema falsamente proporzionale. Ma chi ci crede? Pensa veramente Berlusconi di avere ora le mani libere senza condizionamenti che provengano dall”ex (?) AN o dalle Leghe del Nord e del Sud?

Sull”altro fronte della sinistra al governo si è registrato un enorme deficit culturale che ha portato all”immobilismo, all”impotenza, alla non scelta. Ora Veltroni vorrebbe fare all”improvviso ciò che la coalizione di Prodi non ha fatto in due anni. Anche in questo caso tutta colpa dell”estrema sinistra e degli ambientalisti e non invece di quello che è diventato il nucleo centrale del Partito Democratico, nascosto dietro Veltroni, che ha dovuto inventarsi una tradizione riformista mai avuta nel passato?

Adesso nella foga degli ultimi appuntamenti della campagna elettorale ogni argomento è buono per assestare un colpo all”avversario, dalla vicenda Alitalia alla mozzarella alla diossina. Ma è proprio la vicenda Alitalia, non ancora risolta, a fare da ponte alla comune insipienza politica che ha contraddistinto destra e sinistra nell”ultimo decennio.

Mentre l”indiana Tata Motor si compra la Jaguar e Land Rover dalla Ford noi ci balocchiamo nelle cordate dell”ultima ora perchè Alitalia resti italiana senza per questo calcolare costi e prospettive di sviluppo. Dove sono andate a finire le aspirazioni a creare mega società di stampo europeo in grado di reggere le sfide della globalizzazione?
Non saranno certo le radici giudaico-cristiane dell”Occidente a preservare l”Europa e l”Italia dalla competizione sempre più agguerrita dei Paesi asiatici. (Frecciatina infelice, che non condivido e lascio solo per dovere di cronaca)

Quello che è mancato e manca ancora è un progetto-paese che ci renda possibile stare sui mercati senza perdere le leve fondamentali nei settori più sensibili e più esposti alla concorrenza internazionale, dalle telecomunicazioni, all”energia, al trasporto aereo, al turismo. La globalizzazione ci trova impreparati anche per questo.

Non sono solo gli italiani a stare peggio di prima, è il Paese che è fermo. Berlusconi si è già assunto l’”ingrato” compito di rialzarlo. Se non lo fa lui lo farà Walter Veltroni. Vedremo cosa succederà quando si passerà dagli slogans da propaganda elettorale ai fatti e alle scelte.

Elio Di Caprio, 28/03/08 - www.terzarepubblica.it

Altro che Red Bull!

venerdì, marzo 28th, 2008

L’ACCORDO COMMERCIALE

La Coca Cola e Illy presentano
tre nuove bevande a base di caffè

Questo primo lancio è il risultato una joint venture tra Ilko Coffeee International e Coca-Cola Hellenic. Tutte e tre le bevande saranno disponibili inizialmente in 10 Paesi europei tra cui Austria, Croazia, Grecia e Ucraina

Nuova bibita Coca Cola-IllyRoma, 27 marzo 2008 - The Coca-Cola Company e illycaffè SpA lanciano sul mercato tre nuovi prodotti a base di caffè pronti da bere. Ilko Coffee International, questo il nome della joint venture, li proporrà ai consumatori a partire da aprile.

I prodotti sono: 1) Caffè: carattere deciso, corposo, il vero ‘caffè freddò all’italiana. Il primo caffè espresso nero (senza latte) pronto da bere che ha lo stesso gusto del caffè freddo illy preparato fresco. 2) Cappuccino: aroma intenso ed energetico del caffè espresso illy miscelato a latte vellutato ed esotico cacao scuro. 3) Latte Macchiato: il gusto morbido e fresco del caffè espresso illy unito a piacevoli note di latte. Saranno proposti in lattine ricercate ed eleganti (150 ml per il Caffè e 200 ml per le varianti con latte).

Tutte e tre le bevande saranno disponibili inizialmente in 10 Paesi europei tra cui Austria, Croazia, Grecia e Ucraina. Questo primo lancio è il risultato una joint venture tra Ilko Coffeee International e Coca-Cola Hellenic. Nei restanti mesi del 2008 e nel 2009 i nuovi prodotti saranno proposti nei restanti Paesi Europei (tra cui anche l’Italia) e in Asia, Nord America, Eurasia e nell’area del Pacifico attraverso la rete di The Coca-Cola Company.

Il mercato delle bevande pronte da bere a base di caffè è estremamente profittevole e ha un valore a livello globale stimato in poco meno di 16 miliardi di dollari; questo segmento ha registrato una continua crescita che si prevede continui anche in futuro. A livello globale (Giappone escluso), negli ultimi cinque anni la categoria dei RTD è cresciuta in media del 10,1%. (AGI) Red

“Quando alcuni mesi fa abbiamo annunciato la partnership tra The Coca-Cola Company e illycaffè ci siamo impegnati a dare vita alla perfetta esperienza dell’espresso pronto da bere,” ha dichiarato Muhtar Kent, president e chief operating officer, The Coca-Cola Company. “Oggi siamo convinti di aver rispettato quella promessa con un’esperienza autentica di caffè all’italiana.

Ripongo grandi attese in questa partnership per sviluppare ulteriormente questi grandi marchi in tutto il mondo e potenziare la nostra leadership globale nella categoria, oggi a forte crescita, delle bevande a base di caffè pronte da bere”.

“Negli ultimi mesi ci siamo impegnati per sviluppare il gusto Illy in tre nuovi prodotti a base di caffè espresso pronti da bere,” ha affermato Andrea Illy, presidente di illycaffè. “Ora il nostro obiettivo consiste nell’affermare, insieme a Coca-Cola, il segmento premium dei RTD. Nella sua storia Coca-Cola ha saputo inventare nuove categorie di prodotti. illy è l’azienda che ha notevolmente contribuito, a livello globale, alla definizione e all’affermazione della categoria del caffè espresso. Insieme sapremo ridisegnare il modo in cui le persone si pongono nei confronti del caffè pronto da bere, facendo loro assaporare il lusso di un vero piccolo piacere”.

La joint venture, Ilko Coffee International, ha sede a Milano e la direzione è stata affidata a Vinay Kapoor, manager di Coca-Cola con oltre 14 anni di esperienza e successi che ha ricoperto cariche diverse in numerosi Paesi.

da Quotidiano.net

…to be “in man al pàlpio”…

mercoledì, marzo 19th, 2008

Il duopolio irresponsabile e l’obbligo ineludibile di un’impegno per la Rosa Bianca

Messo alle strette a Bruxelles, di fronte all’evidenza dei casi Ciarrapico e Mussolini che rendono imbarazzante per il Partito Popolare Europeo anche solo l’ipotesi di un’ammissione del Pdl nel Ppe, Antonio Tajani, capogruppo di Forza Italia nel Ppe in Europa, un paio di giorni fa ha dovuto ammettere: “Il Pdl non è un partito ma una coalizione elettorale”. L’ammissione di Tajani, che in un altro Paese avrebbe dovuto comportare uno sconquasso sulla campagna elettorale visto che smentisce dalle fondamenta il primo pilastro della campagna elettorale del favorito numero uno alla presidenza del Consiglio - “governeremo meglio perché siamo uniti, siamo un solo partito, i piccoli non esistono più, esistono solo due grandi partiti, noi e il Pd”, ripete da un mese e mezzo Berlusconi - è finita nascosta in tre righe sui principali giornali italiani.
Veltroni avrebbe potuto cavalcarla, metterla in evidenza, farla conoscere a tutti grazie alla visibilità mediatica di cui gode. Se ne è ben guardato. Il motivo è semplice: l’ammissione di Tajani vale anche per il Pd. Un partito che finge di tenere insieme Radicali e Teocon, Bonino e Binetti, ex comunisti ed ex anticomunisti, Di Pietro e garantisti, ambientalisti conservatori e riformisti semplicemente non è un partito, è una coalizione elettorale.
Pdl e Pd non sono altro che le nuove scatole che contengono gli stessi arnesi del bipolarismo di coalizione che raccontano di voler superare. E Berlusconi e Veltroni non sono altro che la riedizione dei Berlusconi-Prodi, o Berlusconi-Rutelli, degli ultimi 14 anni.
Ecco perché in campagna elettorale non si parla mai dei problemi concreti del Paese. Quelli scomodi, sollevati tre giorni fa dal professor Sartori in un efficace e quanto mai spietato editoriale pubblicato in prima pagina dal Corriere della Sera. Debito pubblico, mafia, infrastrutture (e risorse per realizzarle), emergenza clima (e costi per affrontarla), smantellamento del federalismo (che in Italia ha portato solo ad aumenti di inefficienza e spesa). I due partiti-coalizioni elettorali che si contendono la guida del prossimo governo non sapranno affrontarli come non li hanno saputi affrontare dal 1994 ad oggi perché sono pronti a fare un governo pieno di contraddizioni al suo interno, dunque paralizzato.
Ecco perché preferiscono costruire programmi elettorali da sogno e parlano solo di quelli. Si affidano a sondaggisti e maghi della comunicazione, si fanno spiegare che cosa gli italiani vogliono sentirsi dire per conquistare il loro voto e si richiamano solo ai programmi per tutta la campagna elettorale.
Ieri una delle prime cinque banche americane in pratica è affondata sotto i debiti dei mutui inesigibili. I due candidati premier più in vista non ne hanno nemmeno fatto cenno. Eppure la crisi che si prepara a colpire l’economia Usa ben presto colpirà anche l’Europa ed il Paese che ne risentirà maggiormente sarà quello con l’economia più debole, l’Italia. A fronte di novità come quelle che hanno colpito la Bear Sterns (una specie di 11 settembre finanziario) Berlusconi e Veltroni si rendono conto che i loro programmi elettorali sono già diventati inutili?
Forse sì, ma non hanno interesse a dirlo. O forse no. Quel che è certo è che ricordano quei malati che di fronte ai segnali dell’arrivo di un male difficilmente curabile anziché correre a fare analisi e a chiedere consulti medici, cominciano a pianificare le vacanze estive dei prossimi cinque anni.
E’ chiaro che i conti di questa irresponsabilità pervicace li pagheremo tutti, e personalmente avrei preferito che la Rosa Bianca fosse già presente sulla scheda elettorale del 13 e 14 aprile perché i temi veri che il Paese ha di fronte (quelli ricordati dal professor Sartori di cui parlavo prima) sono gli stessi di cui si occupa Bruno Tabacci e la Rosa Bianca. Ma ho anche compreso la scelta dei fondatori del movimento di non correre il rischio di uccidere nella culla, per mancanza di tempo e di mezzi economici con una scadenza tanto ravvicinata, l’unico progetto serio ed intellettualmente onesto per il rilancio del Paese. Un progetto tanto ambizioso quanto indispensabile che richiederà tempo, spirito di sacrificio e applicazione da parte di tutti gli italiani che vogliono un dopodomani migliore (la prossima legislatura, lo prevedono tutti e lo credo anch’io, non durerà cinque anni), sapendo già che l’oggi ed il domani purtroppo non saranno buoni.

Carlo Romano - blog.brunotabacci.it


IL SOMMERSO DEI PROGRAMMI
Democrazia al verde
di Giovanni Sartori

Torno ai programmi elettorali. Scrivevo che oramai si riducono a essere strumenti acchiappa- voti. Servono per vincere. Il che non implica che servano per ben governare. Può darsi; ma può anche darsi che costringano a governare malissimo. In parte perché promettono quel che non dovrebbero, e in parte perché occultano i veri problemi, i problemi che sono davvero da affrontare. Questi problemi, scrivevo, costituiscono la parte sommersa delle campagne elettorali. Vediamo di farla emergere. Una prima partita sulla quale troppo si sorvola è quella del nostro debito pubblico. Sì, sappiamo che c’è; ma poi si svicola.

Eppure batte ogni record: oscilla intorno al 105% del Pil (prodotto interno lordo), e cioè della ricchezza prodotta dal Paese in un anno; il che comporta un carico di interessi di 70 miliardi di euro. Ora, anche un bambino (ma non i sindacati e nemmeno la sinistra-sinistra) arriva a capire che trovarsi ogni anno con 70 miliardi bloccati è un’intollerabile palla al piede. Questo debito era superato, in passato, dal Belgio, che però è riuscito a dimezzarlo. A noi non riesce. Perché? E’ un segreto di Pulcinella, debitamente oscurato da tutti. Una seconda partita dolente, anzi dolentissima, è quella della mafia (nella quale ricomprendo camorra e ‘ndrangheta). Vedi caso, nessun programma si impegna in una «guerra alla mafia». Eppure la mafia è la più grossa azienda del Paese, con un fatturato nell’ordine di 90 miliardi all’anno, tutti esentasse, tutti in nero. Ma né Tremonti né Visco né nessuno hanno mai davvero cercato soldi nel colossale patrimonio mafioso.

Perché? E’ un altro segreto di Pulcinella. E’ che il voto malavitoso condiziona e inquina la politica e le elezioni di metà del Paese. Nel 2001 Berlusconi vinse in Sicilia 61 collegi su 61. E’ comune opinione che quel trionfo fu dovuto anche ai voti controllati dalla mafia. E ora il Cavaliere ritenta il colpo rilanciando il ponte di Messina, che sarebbe inevitabilmente una colossale pacchia per l’onorata società. Come insegna l’autostrada Salerno- Reggio Calabria, fatturata metro per metro dalle cosche. Aggiungo che questo lassismo, e ancor più la collusione tra politica e mafia, sono particolarmente vergognosi perché impiombano l’economia del Sud e di riflesso tutta l’economia italiana. Il Sud non riesce a decollare, economicamente, anche perché strangolato dal «pizzo» e da un gigantesco parassita che oramai è arrivato al Lazio. Come scrive Giorgio Bocca, la malavita sta «sconfiggendo lo Stato in metà dello Stato». Eppure i partiti (paghi di qualche fortunato arresto) non fiatano e anzi candidano personaggi in altissimo odore di sospetto. Una terza grossa partita è quella delle infrastrutture. Sono tante. Qui ho in mente strade e ferrovie, che sono infrastrutture disattese da decenni.

Giuseppe Turani stima che la rete ferroviaria da rifare costerebbe 30-40 miliardi, e che «per diventare (in materia di viabilità) un Paese moderno in media con gli altri Paesi europei dovremmo spendere nell’arco di una ventina d’anni almeno un altro Pil al completo». Basta e avanza così? Purtroppo no. Perché tra le partite ad alto costo c’è anche la partita ecologica e dell’incombente disastro climatico. In materia i nostri Verdi fanno ridere o fanno danno. Per loro il problema principale è di bloccare strade, ferrovie e fabbricati «brutti», nonché il grosso degli impianti per l’energia elettrica e la rigassificazione del metano. Il brutto non piace nemmeno a me. Ma è irresponsabile raccontarci che il fabbisogno energetico (in vertiginosa crescita) sarà fronteggiato dal sole e dal vento. Nel contempo si limitano a piangere, soltanto l’estate, quando i nostri boschi bruciano; e il ministro Pecoraro Scanio si è distinto nel bloccare a Napoli i termovalorizzatori perché il suo collegio elettorale è, appunto, Napoli. Abbiamo sottoscritto gli accordi di Kyoto, dopodiché le nostre emissioni di gas serra (il vero problema) hanno superato del 13% il limite che abbiamo accettato.

La verità è che sia Berlusconi che Prodi del riscaldamento della Terra si sono strafregati, e nemmeno Veltroni si stravolge più di tanto. Quanti Pil verrà a costare, quando i nodi verranno al pettine (sarà presto), questa cecità? Nessuno lo sa né lo vuol sapere. Infine c’è il costo del federalismo promesso a Bossi da Berlusconi. Nei programmi è un costo non contemplato, come se spezzettare il Paese in parecchie Sicilie aggiuntive non comportasse un esiziale aggravio di sprechi clientelari e di ogni sorta di disfunzioni. Pertanto quando si osserva che i programmi del Pd e del Pdl si equivalgono, si dimentica che se Berlusconi vincerà dovrà pagare a Bossi il salatissimo prezzo del suo sostegno. Ripeto, nessuno lo nota ma su questa partita Berlusconi, e soltanto lui, ci costerà molto caro. Cerchiamo di fare il punto a oggi. Siamo una democrazia troppo indebitata? Sicuramente sì. Siamo anche una «democrazia in deficit», per dire che le uscite superano regolarmente le entrate? Per ora è ancora così; e dubito sulla redenzione prevista per il 2012.

La cosa certa è, invece, che siamo una «democrazia al verde», senza un soldo in tasca, e che ha raschiato il fondo del barile (ci resta soltanto la risorsa, poco saggia, di continuare a vendere il patrimonio dello Stato). Si risponde che siamo pur sempre una «democrazia in crescita» in termini di Pil. Ma questa crescita è modestissima. Eppoi il Pil a questo effetto non è un buon indicatore. Il dato significativo è che oggi, secondo i dati Ocse, il potere di acquisto dei nostri lavoratori è del 18% circa inferiore a quello dei Paesi dell’euro. E siccome ci mancano i soldi per rimediare, il mio sospetto è che noi siamo una «democrazia in decrescita» e cioè caduta nel vortice di uno sviluppo non sostenibile che distribuisce più di quel che produce.

13 marzo 2008 - Corriere della Sera