Archive for luglio, 2008

Ci sono alternative? Se sì, io non le vedo.

venerdì, luglio 25th, 2008

Caro Adornato,
il concomitante inizio di “Cortina InConTra”, la kermesse politico-culturale che da sei anni organizzo in luglio e agosto al fresco ampezzano, purtroppo mi impedisce di essere al convegno dei Circoli Liberal di Todi.
Ma non volendo mancare di dire la mia ad un appuntamento così importante - direi cruciale per chi immagina e intende concorrere alla salvezza del Paese attraverso la rifondazione (non esito a usare questo termine) del suo sistema politico e dei suoi assetti istituzionali - approfitto della disponibilità di Liberal per fare qualche ragionamento ma soprattutto per lanciare una proposta, intorno alla quale spero che a Todi si apra una discussione.
Parto dalla tua relazione, caro Ferdinando, per dire che la condivido pienamente e che, in termini di analisi, c’è poco o nulla da aggiungere.
C’è il declino, che definirei drammatico per i caratteri strutturali e permanenti della “crisi italiana”, del tutto estranea ai problemi mondiali - che comunque io considero “di crescita” - checché se ne voglia dire evocando il 1929 per far passare l’idea (alibi) che “è tutta colpa della globalizzazione se abbiamo la crescita zero, e noi non ci possiamo fare niente”.
Ci sono i “quattro nodi irrisolti” - la questione istituzionale, quella giudiziaria, quella dell’unità nazionale e quella della modernizzazione - che giustamente denunci essere aperti fin dalla caduta della Prima Repubblica (e in certa misura anche prima). Nodi che oggi possono essere riassunti in quella che è giusto chiamare la “questione democratica”, di cui il leaderismo senza partiti e il giustizialismo sono gli aspetti più gravi di un sistema-paese che è ormai scivolato in quella che io definisco la “deriva putiniana”, cioè una democrazia che conserva i suoi tratti formali ma perde quelli sostanziali. Non si tratta, si badi bene, del “regime berlusconiano” di cui l’intellighenzia di sinistra straparla da anni, regalando al Cavaliere il lucroso ruolo di vittima. No, si tratta di una malattia grave e progressiva della democrazia, che investe l’intera classe dirigente e la mentalità collettiva del Paese, i cui sintomi più evidenti sono il superamento di fatto dei dettami costituzionali - la Costituzione, si badi bene, si può e si deve cambiare, ma occorre farlo nei luoghi deputati e con le procedure previste, non a strappi “di fatto” - e la creazione di una sorta di “decisionismo senza decisioni”, tutto di natura mediatica. Malattia che è il tratto distintivo della Seconda Repubblica nell’intero arco della sua (troppo lunga) durata.
Ma questa diagnosi è ormai acquisita. Fateci caso: siccome con la “alternanza obbligatoria” che abbiamo inventato - dal 1994 in poi ha sempre perso le elezioni chi stava al governo - tutti sono stati a turno sia maggioranza che opposizione, in questa seconda veste tutti hanno finito col far propria questa valutazione “radicale”. Salvo dimenticarsene quando sono stati al governo. In tutti i casi, il problema oggi non è la diagnosi, ma la condivisione della terapia. E qui sta l’importanza dell’appuntamento di Todi: bisogna che dalla due giorni di lavori esca una proposta forte, intorno alla quale costruire il lavoro politico dei prossimi mesi e anni di tutti coloro che si sentono impegnati alla “rifondazione” della politica italiana.
Prima di fare la mia, di proposta, voglio però esporre una premessa che ritengo fondamentale: la “rifondazione” non è tema di questa legislatura. Lo so che è già passato fin troppo tempo, che la “transizione” è ormai diventata infinita e soprattutto che il Paese non può aspettare a mettere mano al proprio declino. Lo so. Purtroppo, però, la ruota della Seconda Repubblica deve compiere ancora questo ennesimo giro. Non è detto che duri cinque anni, anzi, ma soltanto quando Berlusconi sarà uscito di scena - perché asceso al Quirinale o perché si torna a votare e lui passa la mano (cosa ovvia e certa, questa volta) - quando sarà uscito da quel “mercato del consenso” di cui in questi anni è stato insuperato (e purtroppo inutilmente imitato) protagonista, allora ci saranno le condizioni per passare alla Terza Repubblica.
E qui viene la proposta, che avanzo a nome di Società Aperta, il movimento che ho fondato e presiedo, e che danni si batte per una Terza Repubblica che nasca da un’Assemblea Costituente e che per sconfiggere il declino dia vita ad una stagione politica di “grande coalizione”. L’idea è: costruiamo un “partito holding”. Mi spiego. Con la fine dell’era berlusconiana - e considerando non trasmettibile per via ereditaria il Pdl, o quantomeno la grande maggioranza dei voti di cui dispone - l’orologio della politica tornerà al 1993, prima della “discesa in campo” del Cavaliere, riaprendo quella voragine di rappresentanza dei ceti medi e della borghesia, insomma della maggioranza moderata degli italiani, che allora rimasero orfani della Dc e dei partiti laici del centro-sinistra (quello vero). In più, ci sarà - anzi, già c’è ora - una voragine altrettanto grande a sinistra, visto che la pur allora perdente “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto valeva mille volte di più della “sgangherata armata della pace”della sinistra oggi.
Dunque due grandi serbatoi di voti, due mondi - peraltro in rapida evoluzione e in via di mescolamento - che dovranno trovare un’offerta politica adeguata a rappresentarli, anche contemporaneamente in una certa misura. La risposta non può che essere un “nuovo partito nuovo”. Alla sua costruzione ho personalmente lavorato in questi anni, a più riprese e con diversi interlocutori, ma senza esito. Naturalmente non mi consola il fatto che laddove ho fallito io altri non abbiamo avuto migliore fortuna. Ma la “verginità” del tentativo gioca comunque a favore, induce a riprovarci. Un vantaggio questa volta c’è, ed è rappresentato dall’Udc. L’aver superato lo tsunami delle “elezioni della semplificazione”, e la sua attuale collocazione al centro del sistema politico, consente a Casini di mettersi a buon titolo alla testa di un complesso disegno di ristrutturazione dell’intera geografia politica italiana. Per far questo, l’Udc non basta. Né è pensabile che esso possa proporsi come sole intorno a cui far ruotare altri pianeti. Ma, nello stesso tempo, non è utile neppure il suo scioglimento a favore di qualcosa d’altro. No, in questa fase non c’è il tempo e non ci sono le condizioni per una “grande fusione” di forze diverse, né dentro l’Udc né in una nuova forza politica. Ecco, allora, l’idea del “partito holding”, cioè di una nuova formazione in cui tutte le forze esistenti - partiti, associazioni, fondazioni, movimenti - possano federarsi senza per questo perdere la loro identità e rinunciare alla loro autonomia. Questo consentirebbe a laici e cattolici, e alle loro diverse anime, di incontrarsi intorno ad un progetto rifondativo del Paese, della sua democrazia, delle sue regole basilari - insomma, un grande progetto Italia che rappresenti il punto d’intesa su un programma di governo - ma nello stesso di mantenere intatta la loro capacità di iniziativa e battaglia politica sui temi più propri alle rispettive radici politico-culturali. Per capirci, sulle tematiche etiche liberi tutti, mentre sul programma di governo - che oserei definire con tre nomi: De Gasperi, La Malfa, Craxi - piena convergenza. Al primo lavoro ci penseranno i soggetti esistenti (o quelli che vorranno costituirsi intorno a delle specificità), al secondo dovrà badare la nuova forza, che poi sarà quella che dovrà presentarsi alle elezioni e riscuotere il consenso di quei tanti, la maggioranza degli italiani, che saranno politicamente orfani. A chi penso? All’Udc, ovviamente, e alle diverse realtà del cattolicesimo liberale. E poi ai socialisti, ai repubblicani e ai liberali di tutte le diaspore. Ma anche alle forze laiche e cattoliche dell’ex (?) Margherita, alle componenti maggiormente riformiste degli ex (?) Ds. Così come i settori non di matrice aziendalista di Forza Italia.
Difficile, complicato? Sicuramente. Ma ci sono alternative?

Un caro saluto di buon lavoro a Todi

Enrico Cisnetto,
Presidente Società Aperta

Come dicevo: se ci sono alternative, io non le vedo. La proposta di Enrico Cisnetto per me è ampiamente condivisibile. Mi auguro solo che possa giungere a tutti gli interessati e venga ben accolta.

Elio E Le Storie Tese, Live @ Marcon (VE) - 17/08/08

giovedì, luglio 24th, 2008

Per il sesto anno consecutivo ho beccato la data veneta degli Elii! Concerto bellissimo, veramente bellissimo! La presenza di Paola Folli e di due fiati ha reso possibile, oltre all’esecuzione di brani dell’ultimo album, rispolverare canzoni come El Pube, Amico Uligano e T.V.U.M.D.B. che non si sentivano ai concerti da parecchio tempo! Ad averne risentito sono stati pezzi storici come Servi della Gleba e Cara Ti Amo ma ne è valsa la pena!

Delirio! Puro delirio!

mercoledì, luglio 16th, 2008

ROMA - La decisione di stampare le impronte digitali di tutti gli italiani sulle carte di identita’ dal 2010 “e’ una proposta scioccante e provocatoria per attenuare altre scelte razziste e xenofobe fatte dal governo, ma non risolve il problema perche’ una cosa e’ la certa identita’ per tutti, un’altra e’ riportarci indietro alla dittatura fascista”. E’ il duro commento del leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, espresso durante una conferenza stampa all’Associazione Stampa Estera. (Agr)

Io non ci capisco più niente: una direttiva europea prevede che nei prossimi anni tutte le carte d’identità abbiano le impronte digitali, ma lui sembra non saperlo!

Lo stesso Travaglio con cui aveva diviso il palco a Piazza Navona, diceva che sarebbe stato giusto chiederle a tutti e non solo ai Rom: qualcuno vuole dirglielo?

Ben altra caratura

venerdì, luglio 11th, 2008

Leggo con interesse, sul blog dell’on. Tabacci, l’ultimo suo intervento alla Camera dei Deputati riguardante il ritiro della norma “blocca processi” dal “lodo Alfano” e ancora una volta ho la prova di quale grande politico egli sia: in questi tempi in cui Di Pietro sembra andare in escandescenza ogni qualvolta gli si presenta un microfono davanti, sbraitando confusamente accuse di cui onestamente non si sentiva la mancanza (per quanto fondate esse siano) e utilizzando epiteti che mal si addicono ad un parlamentare, l’on. Tabacci non perde l’occasione per rimarcare la sua idea (peraltro nota a tutti da tempi non sospetti) impartendo all’ex magistrato una notevole lezione di stile.

Per brevità riporto solo la conclusione del suo intervento alla Camera (l’intera discussione e il link al video sono disponibili qui):

[...] Con questo atto, Berlusconi conferma che gli italiani lo hanno scelto come pifferaio e non come statista. Purtroppo, l’Italia avrebbe bisogno di uno statista esemplare. Per questo motivo, noi siamo nei guai (Applausi dei deputati dei gruppi Unione di Centro e Partito Democratico e di deputati del gruppo Italia dei Valori).

La differenza è veramente notevole e l’incisività del pensiero non ne esce minimamente intaccata. Personalmente ritengo che il signor Di Pietro stia volutamente cercando di agitare le acque nel tentativo di non vedersi affogare in quell’enorme lago stagnate che si sta rivelando il Partito Democratico. Egli sa, o perlomeno qualcun’altro glielo avrò fatto notare, che non può rimanere il fidanzatino del PD in eterno, quindi gli scenari possibili sarebbero stati solo due: l’annessione o il dimenticatoio, come per la Sinistra Arcobaleno. Volendo evitarle entrambe ha pensato bene di ergersi a paladino delle folle, o meglio, di certe folle, rompendo con Veltroni irrimediabilmente (sembra).

Se sia stata una mossa vincente ce lo dirà solo il tempo, anche se ho il sospetto che la memoria corta di certa gente farà dimenticare tutte queste scaramuccie per fronteggiare il Cav alla prossima tornata elettorale.

Primavera 2008

lunedì, luglio 7th, 2008