Archive for febbraio, 2009

A ghe xarà da rìdare!

domenica, febbraio 15th, 2009

IL RETROSCENA

L’avviso di Rutelli e degli ex-Dl: avanti così e ci sarà scissione

Il presidente del Copasir: non accetteremo il ruolo di «partito contadino» alla polacca ne un derby tra Ds

ROMA - Sono soci fondatori del Pd e non intendono diventare quello che furono gli indipendenti di sinistra ai tempi del Pci. Non vogliono cioè morire da «indipendenti di centro» in una forza egemonizzata dagli ex Ds. Insomma, non accettano il ruolo del «partito contadino polacco», per usare l’espressione di cui Rutelli si serve per esorcizzare il rischio. Ma il rischio è altissimo, almeno così è avvertito dagli esponenti democratici di area moderata, dopo l’investitura di Bersani fatta ieri da D’Alema. Con la sua mossa l’ex ministro degli Esteri ha reso pubblica un’operazione di cui tutti erano a conoscenza. E infatti non è da ieri che si respira un clima di scissione nel Pd. Da giorni, per esempio, nei suoi colloqui riservati l’ex leader della Margherita osserva sconsolato l’orizzonte: «Abbiamo faticato tanto per dar vita a una cosa nuova e ora dovremmo andare alle primarie per la segreteria con due candidati dei Ds? È impensabile. Basta. Così non si va da nessuna parte». Rutelli non riduce il problema a una questione nominalistica, «non è solo l’infinita lotta tra Walter e Massimo, a cui ora si aggiunge Pier Luigi. E non si può nemmeno ridurre tutto allo scontro fra centristi e sinistristi. Qui — ha spiegato ad alcuni colleghi — c’è la difficoltà di un partito che fa fatica su tutto, fatica a parlare con il Paese, e si rifugia magari nelle piazze, negli slogan, oppure dietro la Cgil. O ancora nel laicismo. E appena provi a esprimere una tesi, c’è chi dà una lettura caricaturale del rapporto tra i cattolici e la Chiesa. Come fossimo teleguidati dai cardinali. Mi chiedo, allora, cos’è il Pd se non possono avere patria i contributi di idee di quanti militavano nella Margherita? Non è un caso infatti se un terzo degli elettori dei Dl se n’è andato».

Sono rimasti loro, quelli del gruppo dirigente, i nuovi «indipendenti di centro», ridotti al ruolo di spettatori nella sfida tra post-diessini. Una sfida che si preannuncia cruenta e che li vede peraltro divisi. Lunedì scorso le crepe sono diventate ancor più evidenti durante una discussione avvenuta nello studio di Castagnetti e voluta da Marini. Eluana Englaro non era ancora morta, e l’area cattolica tentava di arrivare a una linea condivisa sul provvedimento del governo. Tranne Rutelli, escluso, c’erano (quasi) tutti: Franceschini, Fioroni, la Bindi, Follini, Lucà, Zanda, e anche Tonini. Ma siccome un punto di vista comune non si trovava, la discussione si è accesa. Finché — durante l’intervento della Bindi che invitava a non votare il ddl — Fioroni è sbottato: «Parla, Rosi, parla. Vai avanti così che ci rimani solo tu a portare la bandiera dei cattolici nel Pd dopo le Europee ».

Si sarà trattato di uno sfogo dettato dalla concitazione del momento, ma è indicativo della situazione. Fioroni è preoccupato che l’offensiva di D’Alema «cambi il progetto del Pd». Quale sia il progetto dalemiano è chiaro agli «indipendenti di centro»: Bersani alla guida del partito che aggreghi pezzi di sinistra radicale e in prospettiva lanci un candidato- premier espressione del mondo cattolico o comunque moderato. «Ma noi non potremmo fare gli indipendenti di centro in un partito troppo di sinistra», commenta Follini: «Se fossimo costretti ad assistere dalla tribuna al derby tra Veltroni e Bersani, vorrebbe dire che il Pd ha preso la deriva della “Cosa 4″. E noi lì non potremmo approdare». Più o meno quanto avrebbe spiegato a D’Alema giorni fa con una battuta: «Massimo, non è pensabile che noi stiamo in Italia con la Cgil, in Europa con il Pse e in Medio Oriente con Hamas». Tra i democrats la parola «scissione » non è più un tabù, ma un’eventuale prospettiva da analizzare. «E D’Alema — secondo Lusetti — ha messo in conto una scissione dal centro nel Pd. Se ha lanciato un’Opa sul partito è colpa della debolezza di Veltroni. Ma se i post-comunisti pensano di rimettere una “S” alla sigla del Pd, un pezzo di noi se ne andrà». È da chiarire dove. E comunque non tutti prenderebbero questa decisione. Marini potrebbe restare. Certo, in caso di una transumanza di cattolici, non gli sarebbe facile accettare una soluzione Bersani, sebbene abbia stretto di nuovo con D’Alema e giudichi «disastrosa» l’attuale gestione. Perciò ha ripreso a dire «mo’ vediamo » e invita i suoi alla «prudenza »: «Niente cedimenti di nervi». I nervi sono invece a fior di pelle, e ognuno si muove in proprio. Fioroni ha serrato ancor di più l’asse con Veltroni, testimoniato dal rimpasto nella giunta del Lazio che garantisce al leader del Pd la maggioranza regionale del partito. L’operazione è stata fatta ai danni di Enrico Letta, davanti al quale Veltroni ha recitato la parte di chi cadeva dalle nuvole: «La giunta del Lazio? Non ne so niente. Vado a informarmi». Letta attenderà le Europee per informare delle sue mosse il segretario, intanto ha divorziato da Bersani, con il quale per anni aveva fatto coppia fissa. Il progetto di «Pier Luigi» non gli piace: «Per uscire dall’isolamento non ci si può rinchiudere a sinistra». Nel tempo le cose cambiano. È solo questione di tempo.

Francesco Verderami
Il Corriere della Sera - 15-02-09

Il paese delle due culture

domenica, febbraio 15th, 2009

Il mio libretto, nato per fornire notizie biografiche e di poetica agli studenti, La penna d’oro (ed. Morganti), è stato pochi giorni fa il motivo per far divampare un piccolo caso letterario. Infatti, oltre ai temi accennati, raccontavo in esso molto sobriamente alcuni episodi che mi sono capitati nella ormai lunga carriera di scrittore. Essi hanno un denominatore comune.
Quasi sempre si tratta di occasioni perdute, di porte che si sono chiuse per me perché ho sempre dichiarato con naturalezza di non appartenere alla legione degli scrittori “progressisti” ma a quella, assai più modesta, dei “conservatori”, specie sul versante dell’etica.
Nel libro accennavo più volte al fatto che la cultura egemone in Italia era quella dei progressisti, degli intellettuali radical-socialisti. Questa cultura, spesso, trascura scrittori e intellettuali che non rientrano nei suoi schemi; quelli che ammettono la possibilità di un ritorno dello spiritualismo, e dunque ritengono che la metafisica materialistica stia per entrare in crisi. (Per “metafisica” oggi s’intende una concezione che comprenda la totalità dell’Essere).
Questa cultura egemone non di rado è piuttosto esclusiva. Infatti è convinta di essere la sola autenticata dalla Storia. quante volte abbiamo sentito pronunziare da intellettuali di sinistra frasi come questa: «Una cultura di destra non esiste?». Essa contiene anche un versante di verità, nel senso che le destre politiche non hanno mai attribuito alla cultura lo stesso valore e la stessa importanza che le assegnano i progressisti, in particolare da Gramsci in poi.
Ma una cultura alternativa a quella egemone in realtà esiste. Si possono fare anche molti nomi di intellettuali che vi appartengono: per esempio Citati, Ceronetti, Calasso, Zolla, Campo, Augusto Del Noce, Veneziani, Pomilio, Branca, Getto, Santucci, Chiusano, Testori, Eugenio Corti, Conte, Bo, Amoroso e tanti altri. Non è il caso di sprecare tempo a insistere che questa cultura alternativa esiste, perché la cosa è evidente e non richiede alcuno sforzo dimostrativo. Piuttosto vale la pena di chiedersi perché in Italia vi siano due culture così nettamente antitetiche, divise su ogni cosa: in politica, in economia, in letteratura, in sociologia, nel cinema, nel teatro, nei comportamenti, nella propaganda, nella stampa, nelle televisioni, nell’editoria, nell’arte figurativa. In altre parole vi sono due Italie, e il fatto è confermato da ogni elezione politica o amministrativa.
Questo potrebbe essere anche un aspetto positivo, se le due Italie agissero tra loro in modi cavallereschi e veramente democratici; la democrazia nasce infatti dalla pluralità.
Ma tra le due Italie e le due culture non v’è un rapporto generoso, comprensivo. In politica, e in tutte le attività che con la politica si connettono, le due Italie tentano, non di rado, di demonizzarsi reciprocamente. Il loro disprezzo reciproco è totale e senza spiragli. La loro guerra, per fortuna soltanto di parole, è eterna. Nelle cose culturali una, quella egemone, nega l’esistenza dell’altra: un po’ come gli arabi estremisti negano l’esistenza dello stato di Israele.
Ma perché in Italia la situazione è questa? Perché pare che da noi la guerra civile sia finita soltanto ieri? Perché questa partigianeria così spinta che ogni intesa pare impossibile? Perché gli italiani, forse unici in Europa, invece di amare la Patria e i suoi valori, si sentono eternamente partigiani dell’uno o dell’altro schieramento? Perché si tende sempre a scavare fossati, anziché trovare un accordo, almeno di fronte alle problematiche più gravi e assillanti? Perché si applicano le distinzioni di sinistra e di destra anche lì dove esse stridono e sono chiaramente pleonastiche?
Cercherò d’indicare alcune cause che a me paiono evidenti. Da sempre gli italiani si portano nel sangue, nei cromosomi, del Dna, non l’orgoglio unificante della loro grandissima civiltà, che fino alla fine del Seicento fu il modello delle cultura europee, ma quello di essere uomini di parte. Secoli fa v’erano guelfi e ghibellini, bianchi e neri, filospagnoli e filofrancesi; accadevano le sfide di Barletta, nella storia si misuravano in continuazione rivoluzionari e codini. Dal 1943 al ’45 ci fu la terribile guerra civile tra repubblichini e partigiani.
Tutti gli orrori e le crudeltà di simili guerre accaddero in quella italiana, che continuò a mietere vittime anche dopo la sua fine. Scrisse il Carducci: “Oltre il rogo non vive ira nemica”. Ma in Italia quell’ira, sembra, non riesce mai a spegnersi.
Dopo la fine delle guerra civile le sinistre si impadronirono dei successi della lotta partigiana, e parlarono e agirono come se il merito del ritorno alla democrazia appartenesse completamente a loro. Senza dubbio la partecipazione alla guerra antinazista e antifascista le sinistre ebbero “magna pars”. Ma ciò non giustifica del tutto il loro atteggiamento, tanto più che in pectore nutrivano l’intento di passare dalla dittatura fascista a quella comunista. La nuova Italia per loro fu solo l’Italia della Resistenza; nacque una cultura socialista, un’arte e una letteratura neorealista, una saggistica storica e sociologica quasi per intero progressiste. Gli intellettuali si schierarono quasi tutti da quella parte, e non ci fu pressoché spazio per culture diverse.
I libri e i film sull’inferno nazista furono numerosissimi, mentre quelli sugli orrori del totalitarismo staliniano pochi e contestati. Poi, dopo Mani Pulite, le sinistre riuscirono ad avere l’egemonia anche nei grandi giornali, nella Radiotelevisione di Stato, nella editoria. Anche oggi, che le sinistre sono politicamente in minoranza, la loro egemonia culturale continua. E chi non sta dalla loro parte, e non è “politicamente corretto”, viene ignorato il più possibile e considerato quasi inesistente.

Carlo Sgorlon
Il Gazzettino -
15/02/09

Ci vorrebbe una carezza del Nazareno

giovedì, febbraio 12th, 2009

Chi mi conosce sa che non sono proprio un estimatore di CL, ciononostante questa riflessione, che il Movimento sta facendo girare con dei volantini, è veramente molto bella.

«L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque» (Enzo Jannacci, Corriere della Sera, 6 febbraio 2009).

Ma una vita come quella di Eluana si può riempire di senso? Ha ancora significato?

La morte di Eluana non ha chiuso la porta a queste domande. Anzi. Non è tutto finito, come un fallimento della speranza per chi la voleva ancora in vita, o come una liberazione per chi non riteneva più sopportabile quella situazione. Proprio ora la sfida si fa più radicale per tutti.

La morte di Eluana urge come un pungolo: come ciascuno di noi ha collaborato a riempire di senso la sua vita, che contributo ha dato a coloro che erano più direttamente colpiti dalla sua malattia, cominciando da suo padre?

Quando la realtà ci mette alle strette, la nostra misura non è in grado di offrire il senso di cui abbiamo bisogno per andare avanti. Soprattutto, di fronte a circostanze dolorose e ingiuste, che non sembrano destinate a cambiare o a risolversi, viene da domandarsi: che senso ha? La vita non è forse un inganno?

Il senso di vuoto avanza, se rimaniamo prigionieri della nostra ragione ridotta a misura, incapace di reggere l’urto della contraddizione. Ci troviamo smarriti e da soli con la nostra impotenza, col sospetto che in fondo tutto è niente.
Possiamo «riempire di senso» una vita quando ci troviamo davanti a una persona come Eluana? Possiamo sopportare la sofferenza quando supera la nostra misura? Da soli non ce la facciamo. Occorre imbattersi nella presenza di qualcuno che sperimenti come piena di senso quella vita che noi stessi invece viviamo come un vuoto devastante.

Neanche a Cristo è stato risparmiato lo sgomento del dolore e del male, fino alla morte. Ma che cosa in Lui ha fatto la differenza? Che fosse più bravo? Che avesse più energia morale di noi? No, tanto è vero che nel momento più terribile della prova ha domandato che gli fosse risparmiata la croce. In Cristo è stato sconfitto il sospetto che la vita fosse ultimamente un fallimento: ha vinto il Suo legame col Padre.

Benedetto XVI ha ricordato che per sperare «l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita… potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù” (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora – soltanto allora – l’uomo è “redento”, qualunque cosa gli accada nel caso particolare» (Spe salvi 26).

La presenza di Cristo è l’unico fatto che può dare senso al dolore e all’ingiustizia. Riconoscere la positività che vince ogni solitudine e violenza è possibile solo grazie all’incontro con persone che testimoniano che la vita vale più della malattia e della morte. Questo sono state per Eluana le suore che l’hanno accudita per tanti anni, perché, come ha detto Jannacci, anche oggi «ci vorrebbe una carezza del Nazareno, avremmo così tanto bisogno di una sua carezza», di quell’uomo che duemila anni fa ha detto, rivolgendosi alla vedova di Nain: «Donna, non piangere!».

Le persone sono sopra la legge?

lunedì, febbraio 9th, 2009

PER OLTRE UN DECENNIO È STATO BRACCIO DESTRO DI CAMILLO RUINI ALLA CEI

Monsignor Betori: «Per i cristiani le persone sono sopra la legge»

L’Arcivescovo di Firenze: «nella vicenda di Eluana l’amore più alto e concreto è quello delle suore»

Mons. Giuseppe Betori

FIRENZE — Giuseppe Betori, per oltre un decennio braccio destro di Camillo Ruini alla guida della Conferenza episcopale italiana, da quattro mesi è arcivescovo di Firenze. Questa è la prima intervista dal suo insediamento. Nello studio che guarda Santa Maria del Fiore ha il ritratto di Elia Dalla Costa, «arcivescovo dal ‘31 al ‘61, l’uomo che chiuse le porte e le finestre dell’arcivescovado a Hitler. Si sostenevano a vicenda, lui e Giorgio La Pira: avevano lo stesso confessore, don Bensi. Era la Firenze di Giulio Facibeni, cappellano della Grande Guerra, fondatore dell’Opera che si occupa degli orfani. Di tutti e tre è in corso la causa di beatificazione. Per me, Dalla Costa è la fede, La Pira la speranza, Facibeni la carità».
Quali sono i suoi sentimenti, in queste ore in cui la vicenda di Eluana Englaro si avvicina all’epilogo?
«La vicenda di Eluana Englaro sta giungendo alla tragica conclusione che molti hanno voluto. Ancora una volta la voce della Chiesa, così spesso accusata di volersi imporre a tutti i costi, si è rivelata caratterizzata da quella fragilità che è propria di chi non può fare appello che alla coscienza. E se la coscienza per crescere ha bisogno di un processo necessariamente lento, è ancora più difficile che maturi, come in questo caso, sotto l’influsso delle grida e dei proclami ideologici, soprattutto quando anche le istituzioni invece di mettersi in ascolto dei diritti naturali si erigono a produttori di pseudo nuovi diritti. Se questa è la porta aperta per un’autodeterminazione che vuole giungere a legalizzare l’eutanasia, la nostra società si avvia verso una tragica involuzione quanto a rispetto dell’intangibilità della persona e della sacralità della vita. Sono riferimenti che nel passato hanno permesso all’umanità traguardi decisivi: l’abolizione della schiavitù, la condanna delle diseguaglianze razziali, il rispetto per i disabili. Abbandonare questa strada non sappiamo dove può condurci. Anzi, lo sappiamo, ma ci è più comodo illuderci che tutto ciò sia innocuo, forse anche vantaggioso per l’umanità. Alla Chiesa resta solo la preghiera, per tutti, sperando fino all’ultimo nella conversione dei cuori e nella fiducia che anche da questo tragico evento possa nascere una coscienza più avvertita dei pericoli che incombono su di noi, divenuti così potenti nelle tecnologie e così fragili di fronte alla sofferenza».
Considera giusto il ricorso a un decreto? E come valuta il no di Napolitano?
«C’è un realismo cristiano, per il quale il valore di una persona è superiore anche agli interessi di tenuta di un sistema politico e alle esigenze delle stesse forme giuridiche. Da questo punto di vista, quest’ultimo passaggio è in linea con le molteplici forzature che si sono registrate sul piano giuridico prescindendo dal bene della persona. Se il diritto non è a servizio delle persone diventa un problema. Noi cattolici amiamo talmente la realtà che non accettiamo di chiamare morta una persona che ancora vive. E mi lasci dire che siamo noi i veri uomini della ragione, coloro che non cadono nella contraddizione di dichiarare una persona priva di ogni dimensione umana per poi sedarla per evitarle un dolore che non dovrebbe sentire. Tutto questo ci potrà procurare anche qualche ingiuria, ad esempio di meschino integralismo…».
Queste sono le parole di D’Alema.
«Se la fedeltà alla verità ci costa qualche insulto, questo per noi è nulla purché una vita umana venga salvata».
C’è una sentenza della magistratura, rispetto a cui la Chiesa è accusata di ingerenza.
«La sentenza consente, non impone nulla. Secondo illustri costituzionalisti, non solo secondo me, la sentenza va ben oltre le possibilità che la Costituzione e l’attuale legislazione prevedono. La Chiesa ha la massima comprensione per le persone e per questo agisce nel suo modo tipico: pregando; a Firenze abbiamo organizzato una veglia di preghiera, c’erano 500 persone. Ma la Chiesa ha anche il dovere di dire la verità, non il falso. Qui è in gioco la verità sull’uomo e sulla vita umana. La vita ci è data; non è disponibile; non possiamo pensare di determinare la vita stessa. È segno della crisi del nostro tempo mascherare da diritti ciò che è solo desiderio».
Lei disse che la legge sul testamento biologico non era necessaria.
«Ero convinto che la legislazione vigente tutelasse la vita e non ci fosse bisogno di nuove norme. All’evidenza non è così. Si faccia allora una legge chiaramente a favore della vita, consentendo alle persone di esprimersi con modalità certe circa il proprio passaggio finale. Ma il caso di Eluana viene accostato al testamento biologico in modo strumentale. In realtà non ci sono indicazioni univoche sulla sua volontà. La sentenza ne ha preso in considerazione alcune e non altre. E ne ha dedotto la validità in base allo stile di vita. Una forzatura».
Che cos’altro avrebbe potuto fare il padre? Lasciarla alle suore che si erano offerte di seguirla?
«Mi sembra che in tutta questa vicenda se c’è qualcuno che se ne esce con intatto prestigio e accresciuta credibilità sono proprio le suore, che da anni servono questa donna come una figlia e tale la considerano. Non hanno scritto libri né si son messe a frequentare le televisioni per dire le loro ragioni, traducendo un fatto umano in un volano di azione politica; ma nessuno può negare che, se la ragione sta dalla parte dell’amore, il loro amore è stato il più alto e il più concreto fra tutti. Non chiedevano altro che di poter continuare nei gesti dell’amore. Se una donna in questi giorni viene privata della sua vita in forza di un’ipotetica ricostruzione di una sua presunta volontà, altre donne, queste suore, vengono anche loro offese, private di una relazione che non smetterà però di riempire la loro vita. Come pure il ricordo di questa donna resterà nel cuore di quanti amano la vita come un dono da custodire e non come un possesso di cui disporre».
Veniamo a Firenze, che pare in difficoltà. Inchieste giudiziarie, un sindaco che si incatena, primarie a sinistra affollate e contestate.
«Firenze non è fuori dall’Italia. Anche questa città subisce l’impoverimento della politica che segna il momento del Paese. Un impoverimento ideale, che Firenze condisce con un suo carattere tipico, l’antagonismo. Quelli che potrebbero essere strumenti di partecipazione, in un clima di impoverimento ideale diventano l’occasione per far emergere tutte le contrapposizioni possibili. Va detto che, in una città cui non bastavano Guelfi e Ghibellini e si è inventata pure i Bianchi e i Neri, cinque candidature possono rappresentare un segno di moderazione…».
Quando il Pd tenne le primarie nazionali nel 2007, lei espresse dispiacere per la partecipazione di preti e suore. La pensa ancora così?
«Sì. La Chiesa non partecipa alla vita interna dei partiti. La Chiesa non è di parte; è di tutti. Dio non è di qualcuno: Dio è con noi, Dio è contro di noi… sono slogan che hanno avuto esiti nefasti, per quanto regga il paragone con le piccole vicende politiche della nostra Repubblica attuale. Lo strumento con cui la Chiesa sta con tutti è la parrocchia. Al mio clero rivolgo un ringraziamento perché, per quanto diminuito nel numero e cresciuto nell’età, mantiene le posizioni tra la gente. La Chiesa italiana non è una Chiesa d’”élite”. È una Chiesa di popolo».
Alla Chiesa italiana si rimprovera di schierarsi piuttosto dall’altra parte, con il centrodestra.
«Sfido chiunque a trovare una dichiarazione della Cei in tal senso. La Chiesa fa scelte di cultura e di valori; le conseguenze politiche sono secondarie. Non abbiamo mai scelto una parte; noi ci siamo sempre espressi sui problemi, in particolare su quelli antropologici. La grande intuizione del cardinale Ruini è stata proprio superare l’appiattimento del mondo cattolico sulla politica. Da troppo tempo la cultura cattolica, direi dagli anni di Rosmini, era subalterna e talvolta autoemarginata rispetto ai grandi processi culturali del Paese».
Eppure lei ha denunciato una «cultura egemone» ostile alla Chiesa.
«Distinguerei tra una cultura pubblica, che ha l’egemonia sulle strutture di comunicazione ed è ostile alla presenza in campo della Chiesa, e una cultura diffusa. Il referendum sulla legge 40 ha mostrato come questa cultura diffusa, appannaggio non solo dei credenti, possa affermarsi sulla cultura di élite, convinta di orientare le grandi scelte con certe articolesse della domenica».
Come giudica la vicenda dei lefebvriani? Un vescovo può negare la Shoah?
«Si tratta della remissione di una scomunica, che era stata comminata non a uno solo ma a quattro vescovi consacrati fuori dalle norme canoniche. Oggetto della remissione è una condizione giuridica, non il pensiero lefebvriano. Un gesto di misericordia da parte del Papa; ed è paradossale che venga criticato da chi in genere trova la Chiesa poco misericordiosa. Un gesto che non segna la conclusione ma l’inizio di un cammino, ancora tutto da compiere. Perché il pieno riconoscimento del cattolicesimo implica accettare tutta la fede, incluso quel pezzo della tradizione che è il Concilio vaticano II».
Ma il negazionista Williamson è vescovo oppure no?
«I quattro vescovi sono stati ordinati validamente seppure illecitamente, e la Chiesa non può annullare gli effetti di un sacramento, che è opera di Dio. Ma la Santa Sede ha chiarito che tutti e quattro i vescovi non possono esercitare il loro ministero, che resta inibito fino a quando non sarà compiuto per intero il loro cammino di riconciliazione con la Chiesa, accettando il magistero del Concilio vaticano II e dei recenti pontefici. Per il vescovo Williamson si aggiunge la richiesta di rigettare esplicitamente le posizioni negazioniste sulla Shoah. Il fatto che Williamson abbia negato l’Olocausto è gravissimo, inqualificabile, vergognoso. Dal punto di vista della verità storica, è inaccettabile e inammissibile che non dico un vescovo, ma un cristiano neghi cose realmente accadute. Ciò tradisce un giudizio sugli ebrei segnato dal sentimento antisemita, che la Chiesa mai ha condiviso, e dal sentimento antigiudaico, che la Chiesa ha superato con la dichiarazione del Vaticano II Nostra Aetate. Non è possibile essere cattolici e antigiudaici».
Come reagirebbe di fronte a una preghiera islamica davanti a Santa Maria del Fiore?
«Non mi piacerebbe, e la considererei una provocazione. Ogni religione ha diritto a spazi per l’esercizio del culto; ma questo non implica il diritto a invadere spazi non propri, né la pretesa di costituire presenze al di fuori di una maturazione culturale. Prima di innalzare le proprie chiese i cristiani hanno atteso secoli, perché si formasse l’amalgama culturale con la società in cui vivevano».
Nessuna fretta per costruire nuove moschee?
«Occorre tutto il tempo necessario perché l’Islam entri in profondità nell’habitat culturale italiano. Vediamo come e in che modo questa comunità si colloca nella società. E troviamo subito insieme forme perché possa praticare il proprio culto».

Aldo Cazzullo
Il Corriere della Sera - 09/02/09