Il paese delle due culture

Il mio libretto, nato per fornire notizie biografiche e di poetica agli studenti, La penna d’oro (ed. Morganti), è stato pochi giorni fa il motivo per far divampare un piccolo caso letterario. Infatti, oltre ai temi accennati, raccontavo in esso molto sobriamente alcuni episodi che mi sono capitati nella ormai lunga carriera di scrittore. Essi hanno un denominatore comune.
Quasi sempre si tratta di occasioni perdute, di porte che si sono chiuse per me perché ho sempre dichiarato con naturalezza di non appartenere alla legione degli scrittori “progressisti” ma a quella, assai più modesta, dei “conservatori”, specie sul versante dell’etica.
Nel libro accennavo più volte al fatto che la cultura egemone in Italia era quella dei progressisti, degli intellettuali radical-socialisti. Questa cultura, spesso, trascura scrittori e intellettuali che non rientrano nei suoi schemi; quelli che ammettono la possibilità di un ritorno dello spiritualismo, e dunque ritengono che la metafisica materialistica stia per entrare in crisi. (Per “metafisica” oggi s’intende una concezione che comprenda la totalità dell’Essere).
Questa cultura egemone non di rado è piuttosto esclusiva. Infatti è convinta di essere la sola autenticata dalla Storia. quante volte abbiamo sentito pronunziare da intellettuali di sinistra frasi come questa: «Una cultura di destra non esiste?». Essa contiene anche un versante di verità, nel senso che le destre politiche non hanno mai attribuito alla cultura lo stesso valore e la stessa importanza che le assegnano i progressisti, in particolare da Gramsci in poi.
Ma una cultura alternativa a quella egemone in realtà esiste. Si possono fare anche molti nomi di intellettuali che vi appartengono: per esempio Citati, Ceronetti, Calasso, Zolla, Campo, Augusto Del Noce, Veneziani, Pomilio, Branca, Getto, Santucci, Chiusano, Testori, Eugenio Corti, Conte, Bo, Amoroso e tanti altri. Non è il caso di sprecare tempo a insistere che questa cultura alternativa esiste, perché la cosa è evidente e non richiede alcuno sforzo dimostrativo. Piuttosto vale la pena di chiedersi perché in Italia vi siano due culture così nettamente antitetiche, divise su ogni cosa: in politica, in economia, in letteratura, in sociologia, nel cinema, nel teatro, nei comportamenti, nella propaganda, nella stampa, nelle televisioni, nell’editoria, nell’arte figurativa. In altre parole vi sono due Italie, e il fatto è confermato da ogni elezione politica o amministrativa.
Questo potrebbe essere anche un aspetto positivo, se le due Italie agissero tra loro in modi cavallereschi e veramente democratici; la democrazia nasce infatti dalla pluralità.
Ma tra le due Italie e le due culture non v’è un rapporto generoso, comprensivo. In politica, e in tutte le attività che con la politica si connettono, le due Italie tentano, non di rado, di demonizzarsi reciprocamente. Il loro disprezzo reciproco è totale e senza spiragli. La loro guerra, per fortuna soltanto di parole, è eterna. Nelle cose culturali una, quella egemone, nega l’esistenza dell’altra: un po’ come gli arabi estremisti negano l’esistenza dello stato di Israele.
Ma perché in Italia la situazione è questa? Perché pare che da noi la guerra civile sia finita soltanto ieri? Perché questa partigianeria così spinta che ogni intesa pare impossibile? Perché gli italiani, forse unici in Europa, invece di amare la Patria e i suoi valori, si sentono eternamente partigiani dell’uno o dell’altro schieramento? Perché si tende sempre a scavare fossati, anziché trovare un accordo, almeno di fronte alle problematiche più gravi e assillanti? Perché si applicano le distinzioni di sinistra e di destra anche lì dove esse stridono e sono chiaramente pleonastiche?
Cercherò d’indicare alcune cause che a me paiono evidenti. Da sempre gli italiani si portano nel sangue, nei cromosomi, del Dna, non l’orgoglio unificante della loro grandissima civiltà, che fino alla fine del Seicento fu il modello delle cultura europee, ma quello di essere uomini di parte. Secoli fa v’erano guelfi e ghibellini, bianchi e neri, filospagnoli e filofrancesi; accadevano le sfide di Barletta, nella storia si misuravano in continuazione rivoluzionari e codini. Dal 1943 al ’45 ci fu la terribile guerra civile tra repubblichini e partigiani.
Tutti gli orrori e le crudeltà di simili guerre accaddero in quella italiana, che continuò a mietere vittime anche dopo la sua fine. Scrisse il Carducci: “Oltre il rogo non vive ira nemica”. Ma in Italia quell’ira, sembra, non riesce mai a spegnersi.
Dopo la fine delle guerra civile le sinistre si impadronirono dei successi della lotta partigiana, e parlarono e agirono come se il merito del ritorno alla democrazia appartenesse completamente a loro. Senza dubbio la partecipazione alla guerra antinazista e antifascista le sinistre ebbero “magna pars”. Ma ciò non giustifica del tutto il loro atteggiamento, tanto più che in pectore nutrivano l’intento di passare dalla dittatura fascista a quella comunista. La nuova Italia per loro fu solo l’Italia della Resistenza; nacque una cultura socialista, un’arte e una letteratura neorealista, una saggistica storica e sociologica quasi per intero progressiste. Gli intellettuali si schierarono quasi tutti da quella parte, e non ci fu pressoché spazio per culture diverse.
I libri e i film sull’inferno nazista furono numerosissimi, mentre quelli sugli orrori del totalitarismo staliniano pochi e contestati. Poi, dopo Mani Pulite, le sinistre riuscirono ad avere l’egemonia anche nei grandi giornali, nella Radiotelevisione di Stato, nella editoria. Anche oggi, che le sinistre sono politicamente in minoranza, la loro egemonia culturale continua. E chi non sta dalla loro parte, e non è “politicamente corretto”, viene ignorato il più possibile e considerato quasi inesistente.

Carlo Sgorlon
Il Gazzettino -
15/02/09

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