Archive for the ‘Notizie e politica’ Category

A ghe xarà da rìdare!

domenica, febbraio 15th, 2009

IL RETROSCENA

L’avviso di Rutelli e degli ex-Dl: avanti così e ci sarà scissione

Il presidente del Copasir: non accetteremo il ruolo di «partito contadino» alla polacca ne un derby tra Ds

ROMA - Sono soci fondatori del Pd e non intendono diventare quello che furono gli indipendenti di sinistra ai tempi del Pci. Non vogliono cioè morire da «indipendenti di centro» in una forza egemonizzata dagli ex Ds. Insomma, non accettano il ruolo del «partito contadino polacco», per usare l’espressione di cui Rutelli si serve per esorcizzare il rischio. Ma il rischio è altissimo, almeno così è avvertito dagli esponenti democratici di area moderata, dopo l’investitura di Bersani fatta ieri da D’Alema. Con la sua mossa l’ex ministro degli Esteri ha reso pubblica un’operazione di cui tutti erano a conoscenza. E infatti non è da ieri che si respira un clima di scissione nel Pd. Da giorni, per esempio, nei suoi colloqui riservati l’ex leader della Margherita osserva sconsolato l’orizzonte: «Abbiamo faticato tanto per dar vita a una cosa nuova e ora dovremmo andare alle primarie per la segreteria con due candidati dei Ds? È impensabile. Basta. Così non si va da nessuna parte». Rutelli non riduce il problema a una questione nominalistica, «non è solo l’infinita lotta tra Walter e Massimo, a cui ora si aggiunge Pier Luigi. E non si può nemmeno ridurre tutto allo scontro fra centristi e sinistristi. Qui — ha spiegato ad alcuni colleghi — c’è la difficoltà di un partito che fa fatica su tutto, fatica a parlare con il Paese, e si rifugia magari nelle piazze, negli slogan, oppure dietro la Cgil. O ancora nel laicismo. E appena provi a esprimere una tesi, c’è chi dà una lettura caricaturale del rapporto tra i cattolici e la Chiesa. Come fossimo teleguidati dai cardinali. Mi chiedo, allora, cos’è il Pd se non possono avere patria i contributi di idee di quanti militavano nella Margherita? Non è un caso infatti se un terzo degli elettori dei Dl se n’è andato».

Sono rimasti loro, quelli del gruppo dirigente, i nuovi «indipendenti di centro», ridotti al ruolo di spettatori nella sfida tra post-diessini. Una sfida che si preannuncia cruenta e che li vede peraltro divisi. Lunedì scorso le crepe sono diventate ancor più evidenti durante una discussione avvenuta nello studio di Castagnetti e voluta da Marini. Eluana Englaro non era ancora morta, e l’area cattolica tentava di arrivare a una linea condivisa sul provvedimento del governo. Tranne Rutelli, escluso, c’erano (quasi) tutti: Franceschini, Fioroni, la Bindi, Follini, Lucà, Zanda, e anche Tonini. Ma siccome un punto di vista comune non si trovava, la discussione si è accesa. Finché — durante l’intervento della Bindi che invitava a non votare il ddl — Fioroni è sbottato: «Parla, Rosi, parla. Vai avanti così che ci rimani solo tu a portare la bandiera dei cattolici nel Pd dopo le Europee ».

Si sarà trattato di uno sfogo dettato dalla concitazione del momento, ma è indicativo della situazione. Fioroni è preoccupato che l’offensiva di D’Alema «cambi il progetto del Pd». Quale sia il progetto dalemiano è chiaro agli «indipendenti di centro»: Bersani alla guida del partito che aggreghi pezzi di sinistra radicale e in prospettiva lanci un candidato- premier espressione del mondo cattolico o comunque moderato. «Ma noi non potremmo fare gli indipendenti di centro in un partito troppo di sinistra», commenta Follini: «Se fossimo costretti ad assistere dalla tribuna al derby tra Veltroni e Bersani, vorrebbe dire che il Pd ha preso la deriva della “Cosa 4″. E noi lì non potremmo approdare». Più o meno quanto avrebbe spiegato a D’Alema giorni fa con una battuta: «Massimo, non è pensabile che noi stiamo in Italia con la Cgil, in Europa con il Pse e in Medio Oriente con Hamas». Tra i democrats la parola «scissione » non è più un tabù, ma un’eventuale prospettiva da analizzare. «E D’Alema — secondo Lusetti — ha messo in conto una scissione dal centro nel Pd. Se ha lanciato un’Opa sul partito è colpa della debolezza di Veltroni. Ma se i post-comunisti pensano di rimettere una “S” alla sigla del Pd, un pezzo di noi se ne andrà». È da chiarire dove. E comunque non tutti prenderebbero questa decisione. Marini potrebbe restare. Certo, in caso di una transumanza di cattolici, non gli sarebbe facile accettare una soluzione Bersani, sebbene abbia stretto di nuovo con D’Alema e giudichi «disastrosa» l’attuale gestione. Perciò ha ripreso a dire «mo’ vediamo » e invita i suoi alla «prudenza »: «Niente cedimenti di nervi». I nervi sono invece a fior di pelle, e ognuno si muove in proprio. Fioroni ha serrato ancor di più l’asse con Veltroni, testimoniato dal rimpasto nella giunta del Lazio che garantisce al leader del Pd la maggioranza regionale del partito. L’operazione è stata fatta ai danni di Enrico Letta, davanti al quale Veltroni ha recitato la parte di chi cadeva dalle nuvole: «La giunta del Lazio? Non ne so niente. Vado a informarmi». Letta attenderà le Europee per informare delle sue mosse il segretario, intanto ha divorziato da Bersani, con il quale per anni aveva fatto coppia fissa. Il progetto di «Pier Luigi» non gli piace: «Per uscire dall’isolamento non ci si può rinchiudere a sinistra». Nel tempo le cose cambiano. È solo questione di tempo.

Francesco Verderami
Il Corriere della Sera - 15-02-09

Ci sono alternative? Se sì, io non le vedo.

venerdì, luglio 25th, 2008

Caro Adornato,
il concomitante inizio di “Cortina InConTra”, la kermesse politico-culturale che da sei anni organizzo in luglio e agosto al fresco ampezzano, purtroppo mi impedisce di essere al convegno dei Circoli Liberal di Todi.
Ma non volendo mancare di dire la mia ad un appuntamento così importante - direi cruciale per chi immagina e intende concorrere alla salvezza del Paese attraverso la rifondazione (non esito a usare questo termine) del suo sistema politico e dei suoi assetti istituzionali - approfitto della disponibilità di Liberal per fare qualche ragionamento ma soprattutto per lanciare una proposta, intorno alla quale spero che a Todi si apra una discussione.
Parto dalla tua relazione, caro Ferdinando, per dire che la condivido pienamente e che, in termini di analisi, c’è poco o nulla da aggiungere.
C’è il declino, che definirei drammatico per i caratteri strutturali e permanenti della “crisi italiana”, del tutto estranea ai problemi mondiali - che comunque io considero “di crescita” - checché se ne voglia dire evocando il 1929 per far passare l’idea (alibi) che “è tutta colpa della globalizzazione se abbiamo la crescita zero, e noi non ci possiamo fare niente”.
Ci sono i “quattro nodi irrisolti” - la questione istituzionale, quella giudiziaria, quella dell’unità nazionale e quella della modernizzazione - che giustamente denunci essere aperti fin dalla caduta della Prima Repubblica (e in certa misura anche prima). Nodi che oggi possono essere riassunti in quella che è giusto chiamare la “questione democratica”, di cui il leaderismo senza partiti e il giustizialismo sono gli aspetti più gravi di un sistema-paese che è ormai scivolato in quella che io definisco la “deriva putiniana”, cioè una democrazia che conserva i suoi tratti formali ma perde quelli sostanziali. Non si tratta, si badi bene, del “regime berlusconiano” di cui l’intellighenzia di sinistra straparla da anni, regalando al Cavaliere il lucroso ruolo di vittima. No, si tratta di una malattia grave e progressiva della democrazia, che investe l’intera classe dirigente e la mentalità collettiva del Paese, i cui sintomi più evidenti sono il superamento di fatto dei dettami costituzionali - la Costituzione, si badi bene, si può e si deve cambiare, ma occorre farlo nei luoghi deputati e con le procedure previste, non a strappi “di fatto” - e la creazione di una sorta di “decisionismo senza decisioni”, tutto di natura mediatica. Malattia che è il tratto distintivo della Seconda Repubblica nell’intero arco della sua (troppo lunga) durata.
Ma questa diagnosi è ormai acquisita. Fateci caso: siccome con la “alternanza obbligatoria” che abbiamo inventato - dal 1994 in poi ha sempre perso le elezioni chi stava al governo - tutti sono stati a turno sia maggioranza che opposizione, in questa seconda veste tutti hanno finito col far propria questa valutazione “radicale”. Salvo dimenticarsene quando sono stati al governo. In tutti i casi, il problema oggi non è la diagnosi, ma la condivisione della terapia. E qui sta l’importanza dell’appuntamento di Todi: bisogna che dalla due giorni di lavori esca una proposta forte, intorno alla quale costruire il lavoro politico dei prossimi mesi e anni di tutti coloro che si sentono impegnati alla “rifondazione” della politica italiana.
Prima di fare la mia, di proposta, voglio però esporre una premessa che ritengo fondamentale: la “rifondazione” non è tema di questa legislatura. Lo so che è già passato fin troppo tempo, che la “transizione” è ormai diventata infinita e soprattutto che il Paese non può aspettare a mettere mano al proprio declino. Lo so. Purtroppo, però, la ruota della Seconda Repubblica deve compiere ancora questo ennesimo giro. Non è detto che duri cinque anni, anzi, ma soltanto quando Berlusconi sarà uscito di scena - perché asceso al Quirinale o perché si torna a votare e lui passa la mano (cosa ovvia e certa, questa volta) - quando sarà uscito da quel “mercato del consenso” di cui in questi anni è stato insuperato (e purtroppo inutilmente imitato) protagonista, allora ci saranno le condizioni per passare alla Terza Repubblica.
E qui viene la proposta, che avanzo a nome di Società Aperta, il movimento che ho fondato e presiedo, e che danni si batte per una Terza Repubblica che nasca da un’Assemblea Costituente e che per sconfiggere il declino dia vita ad una stagione politica di “grande coalizione”. L’idea è: costruiamo un “partito holding”. Mi spiego. Con la fine dell’era berlusconiana - e considerando non trasmettibile per via ereditaria il Pdl, o quantomeno la grande maggioranza dei voti di cui dispone - l’orologio della politica tornerà al 1993, prima della “discesa in campo” del Cavaliere, riaprendo quella voragine di rappresentanza dei ceti medi e della borghesia, insomma della maggioranza moderata degli italiani, che allora rimasero orfani della Dc e dei partiti laici del centro-sinistra (quello vero). In più, ci sarà - anzi, già c’è ora - una voragine altrettanto grande a sinistra, visto che la pur allora perdente “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto valeva mille volte di più della “sgangherata armata della pace”della sinistra oggi.
Dunque due grandi serbatoi di voti, due mondi - peraltro in rapida evoluzione e in via di mescolamento - che dovranno trovare un’offerta politica adeguata a rappresentarli, anche contemporaneamente in una certa misura. La risposta non può che essere un “nuovo partito nuovo”. Alla sua costruzione ho personalmente lavorato in questi anni, a più riprese e con diversi interlocutori, ma senza esito. Naturalmente non mi consola il fatto che laddove ho fallito io altri non abbiamo avuto migliore fortuna. Ma la “verginità” del tentativo gioca comunque a favore, induce a riprovarci. Un vantaggio questa volta c’è, ed è rappresentato dall’Udc. L’aver superato lo tsunami delle “elezioni della semplificazione”, e la sua attuale collocazione al centro del sistema politico, consente a Casini di mettersi a buon titolo alla testa di un complesso disegno di ristrutturazione dell’intera geografia politica italiana. Per far questo, l’Udc non basta. Né è pensabile che esso possa proporsi come sole intorno a cui far ruotare altri pianeti. Ma, nello stesso tempo, non è utile neppure il suo scioglimento a favore di qualcosa d’altro. No, in questa fase non c’è il tempo e non ci sono le condizioni per una “grande fusione” di forze diverse, né dentro l’Udc né in una nuova forza politica. Ecco, allora, l’idea del “partito holding”, cioè di una nuova formazione in cui tutte le forze esistenti - partiti, associazioni, fondazioni, movimenti - possano federarsi senza per questo perdere la loro identità e rinunciare alla loro autonomia. Questo consentirebbe a laici e cattolici, e alle loro diverse anime, di incontrarsi intorno ad un progetto rifondativo del Paese, della sua democrazia, delle sue regole basilari - insomma, un grande progetto Italia che rappresenti il punto d’intesa su un programma di governo - ma nello stesso di mantenere intatta la loro capacità di iniziativa e battaglia politica sui temi più propri alle rispettive radici politico-culturali. Per capirci, sulle tematiche etiche liberi tutti, mentre sul programma di governo - che oserei definire con tre nomi: De Gasperi, La Malfa, Craxi - piena convergenza. Al primo lavoro ci penseranno i soggetti esistenti (o quelli che vorranno costituirsi intorno a delle specificità), al secondo dovrà badare la nuova forza, che poi sarà quella che dovrà presentarsi alle elezioni e riscuotere il consenso di quei tanti, la maggioranza degli italiani, che saranno politicamente orfani. A chi penso? All’Udc, ovviamente, e alle diverse realtà del cattolicesimo liberale. E poi ai socialisti, ai repubblicani e ai liberali di tutte le diaspore. Ma anche alle forze laiche e cattoliche dell’ex (?) Margherita, alle componenti maggiormente riformiste degli ex (?) Ds. Così come i settori non di matrice aziendalista di Forza Italia.
Difficile, complicato? Sicuramente. Ma ci sono alternative?

Un caro saluto di buon lavoro a Todi

Enrico Cisnetto,
Presidente Società Aperta

Come dicevo: se ci sono alternative, io non le vedo. La proposta di Enrico Cisnetto per me è ampiamente condivisibile. Mi auguro solo che possa giungere a tutti gli interessati e venga ben accolta.

Ben altra caratura

venerdì, luglio 11th, 2008

Leggo con interesse, sul blog dell’on. Tabacci, l’ultimo suo intervento alla Camera dei Deputati riguardante il ritiro della norma “blocca processi” dal “lodo Alfano” e ancora una volta ho la prova di quale grande politico egli sia: in questi tempi in cui Di Pietro sembra andare in escandescenza ogni qualvolta gli si presenta un microfono davanti, sbraitando confusamente accuse di cui onestamente non si sentiva la mancanza (per quanto fondate esse siano) e utilizzando epiteti che mal si addicono ad un parlamentare, l’on. Tabacci non perde l’occasione per rimarcare la sua idea (peraltro nota a tutti da tempi non sospetti) impartendo all’ex magistrato una notevole lezione di stile.

Per brevità riporto solo la conclusione del suo intervento alla Camera (l’intera discussione e il link al video sono disponibili qui):

[...] Con questo atto, Berlusconi conferma che gli italiani lo hanno scelto come pifferaio e non come statista. Purtroppo, l’Italia avrebbe bisogno di uno statista esemplare. Per questo motivo, noi siamo nei guai (Applausi dei deputati dei gruppi Unione di Centro e Partito Democratico e di deputati del gruppo Italia dei Valori).

La differenza è veramente notevole e l’incisività del pensiero non ne esce minimamente intaccata. Personalmente ritengo che il signor Di Pietro stia volutamente cercando di agitare le acque nel tentativo di non vedersi affogare in quell’enorme lago stagnate che si sta rivelando il Partito Democratico. Egli sa, o perlomeno qualcun’altro glielo avrò fatto notare, che non può rimanere il fidanzatino del PD in eterno, quindi gli scenari possibili sarebbero stati solo due: l’annessione o il dimenticatoio, come per la Sinistra Arcobaleno. Volendo evitarle entrambe ha pensato bene di ergersi a paladino delle folle, o meglio, di certe folle, rompendo con Veltroni irrimediabilmente (sembra).

Se sia stata una mossa vincente ce lo dirà solo il tempo, anche se ho il sospetto che la memoria corta di certa gente farà dimenticare tutte queste scaramuccie per fronteggiare il Cav alla prossima tornata elettorale.

Acqua giazsà!

venerdì, giugno 20th, 2008

«Deve essere ghiaccio per forza»

L’acqua su Marte c’è. La Nasa ha le prove

La Phoenix ha immortalato trucioli di un materiale che riflette la luce “spariti” dalle foto in 4 giorni

MILANO - L’acqua su Marte c’è. E la sonda Phoenix l’ha fotografata. Dopo anni di attesa e osservazioni, è arrivata dunque quella che sembra essere la prova regina. Lo ha annunciato la Nasa. Alcuni trucioli di un materiale che riflette la luce, spiegano, sono “spariti” dalle foto in quattro giorni, un comportamento compatibile solo con l’evaporazione di ghiaccio d’acqua.

«DEVE ESSERE GHIACCIO PER FORZA» - «Deve essere ghiaccio per forza - ha dettoPeter Smith dell’università dell’Arizona -: c’era qualche dubbio che potesse essere sale, ma nessun sale può comportarsi in questo modo». I trucioli erano sul fondo del piccolo cratere chiamato «Dodo» scavato dal braccio meccanico della sonda nei giorni scorsi “grattando” una superficie dura che a questo punto secondo gli scienziati è proprio uno strato di ghiaccio. La sonda, che è atterrata sul pianeta rosso sta analizzando chimicamente i campioni prelievati, per determinarne la composizione esatta.

Corriere della Sera - 20 giugno 2008

La gatta frettolosa…

mercoledì, giugno 11th, 2008

Ringraziamo i signori Berlinguer, Moratti, Gelmini. Come al solito in Italia le cose vengono fatte bene, molto bene, talmente bene che bisogna metterci mano ogni 2-3 anni, praticamente con ogni cambio di governo.

Laurea breve bocciata. «Ora la riforma»

A quasi 7 anni dall’introduzione coro di critiche unanime: il 3+2 non funziona. Appello al ministro: «È un liceo»

I «figli della riforma» sono cresciuti, e tirano le somme sul passato. Più giovani, più numerosi, più esperti in stage e tirocini. Ma anche molto meno convinti del valore di quel pezzo di carta, guadagnato a suon di crediti e tesine. A quasi sette anni dalla riforma universitaria — datata 1999, ma entrata in vigore nel 2001 —, il coro di critiche è (quasi) unanime: il 3+2, così com’è, non funziona. Per i ragazzi, che vivono il triennio «base» come un prolungamento delle superiori; per i docenti, che spesso considerano i laureati di I˚ livello come «dottori di serie B»; per il mondo del lavoro, che sembra non apprezzare i nuovi titoli di studio. Il modello, quindi, va corretto, se non addirittura abrogato. Per ripartire non da zero, ma da 4, 5 o 6: gli anni della laurea, secondo il vecchio ordinamento.

Più dottori, ma di «lungo corso»
È dal X Profilo targato AlmaLaurea — il consorzio creato nel 1994 dall’Osservatorio statistico dell’Alma Mater bolognese — che emerge il primo confronto tra i laureati pre e post riforma; e i risultati del «terremoto » di 7 anni fa, sostiene il direttore Andrea Cammelli, iniziano ad assumere contorni definiti. I numeri, innanzitutto: ci si laurea prima (dai 28 anni pre riforma ai 27 dei dottori usciti complessivamente nel 2007), si resta di più in corso. E soprattutto, aumenta il totale dei laureati. «La triennale — conferma il chimico Guido Scutari, prorettore per la condizione studentesca a Padova — ha portato a un aumento sensibile del numero di iscritti che provengono da ambienti di livello culturale o economico non elevato». Cresce il «capitale umano disponibile per il Paese», come lo definisce Cammelli, e crescono anche le esperienze di stage e tirocinio: ferme al 17,9% per i «ragazzi del 2001», schizzate a quota 50,8% per i «figli della riforma». Tutto bene, dunque? Certo. Non fosse per il calo della partecipazione ai programmi Erasmus, sacrificati a un calendario troppo fitto di corsi e scadenze. E, soprattutto, per quell’80,5% di laureati triennali (il 42,9% dopo la specialistica) che si dichiarano fermamente intenzionati a proseguire gli studi. Laureati «non più “fuori corso”, ma di “lungo corso”», scrive AlmaLaurea; «Lauree brevi e molto inutili», titolava l’Espresso un paio di settimane fa. Perché il rovescio della medaglia, che rischia di prevalere sui benefici, è la svalutazione di quel pezzo di carta conseguito dopo 3 anni di esami dalla «taglia» ridotta e a distanza ravvicinata. Una didattica che favorisce un’interpretazione riduttiva, in primis da parte dei ragazzi: «Il sistema di studio, molto compresso tra lezioni e verifiche — chiosa Scutari —, non fa percepire lo stacco con le scuole superiori». Cammelli è ancora più severo: «Temo che la specialistica abbia acquisito una preponderanza qualitativa anche nella testa dei professori. Il triennio andava curato con puntualità, fornendo una preparazione di base solida, ma anche i primi elementi di comprensione del mondo esterno. Invece, buona parte della classe docente si è ben guardata dal mettere in atto questa piccola rivoluzione culturale». «La laurea breve esiste in tutti i Paesi, l’Italia doveva uniformarsi», scrive il semiologo Umberto Eco; il problema «non è la brevità della laurea, bensì l’intensità della frequenza». Il motivo della crisi: «un’interpretazione restrittiva e fiscale dei “crediti”». Cammelli ridimensiona, «il 3+2 non è fallito, ma a rischio. I docenti, l’opinione pubblica, il mercato del lavoro in difficoltà: tutti hanno concorso alla svalutazione del titolo di I˚ livello. La sensazione è che il “parcheggio” degli anni ‘60, quando si diceva che si andava all’università perché non c’era lavoro, si sia trasformata in una specie di autosilo a due piani».

Inversione di tendenza
La riforma è entrata a regime, ma il mondo universitario non ha mai smesso di discuterne. Anzi, «proprio partendo dall’esperienza e dagli errori commessi — interviene Andrea Lenzi, docente di Endocrinologia alla Sapienza di Roma — è stata applicata la 270/2004, una “riforma della riforma”». Meno corsi, ma dal contenuto più definito; un taglio netto alla proliferazione degli esami; più docenti di ruolo. L’esito del decreto, Lenzi lo sta toccando con mano, nel suo ruolo di direttore del Cun (Consiglio universitario nazionale): «Ci sono arrivati 1.840 ordinamenti didattici modificati». Un terzo delle facoltà, insomma, ha deciso di ricalibrarsi. «In alcuni ambiti il 3+2 ha funzionato benissimo — prosegue Lenzi —, in altri si è replicato al mercato con un eccesso di fantasia, creando figure troppo variegate, per cui non c’era capacità di assorbimento». Ora, invece, «stiamo assistendo a un cambiamento di rotta. Ci arrivano decine di domande per lauree in inglese, ad esempio, o per lauree interclasse, a cavallo tra ingegneria e giurisprudenza, agronomia ed economia… Figure ibride, che vanno incontro al mercato». Se Lenzi si definisce «cautamente ottimista», altri continuano a osservare il tutto con preoccupazione. «Nonostante la mia tendenza autolimitativa — esordisce ironicamente Luciano Canfora, filologo classico — mi potrei (senza orgoglio) attribuire il rango di oppositore da sempre di questa follia». Ricorda, lo studioso barese, l’appello stilato con Angelo Panebianco sul Corriere «e firmato da migliaia di colleghi, in cui chiedevamo che non entrasse in vigore quella mostruosità ». Il motivo è la «follia duplice» intorno a cui ruoterebbe l’università del 3+2: «Da un lato si creano 3 anni che non servono a nulla, veloci e in pillole, con programmini che non debbono debordare un certo numero di pagine e una tesina finale senza secondo relatore; poi, con un termine ridicolo e pomposo, si va alla specialistica, con un’altra corsa a perdifiato, un sacco di esami e una tesi che deve per forza nascere negli ultimi mesi del biennio…». Per Canfora, non c’è abbassamento di età che tenga: «Il presupposto, volgarmente sbagliato, dei ministri di allora fu che fosse un crimine avere dei fuori corso. Ma l’università non produce barattoli di carne in scatola, un tot all’anno, bensì studiosi: un processo che richiede tutto il tempo necessario». Benvenuta, dunque, un’eventuale abolizione del sistema dei crediti; ma Canfora non ha paura di spingersi ancora più in là, fino all’abolizione tout court del 3+2. Che «come è stato instaurato si può “destaurare”, perché no? Quando è partito il nuovo sistema, in parallelo c’era il vecchio, “in esaurimento”. Ora potrebbe avvenire lo stesso, in senso inverso». Da viale Trastevere fanno sapere che il ministro Mariastella Gelmini è «in attesa». Perché «il settore è sensibile, e prima di intervenire andrà analizzata la risposta del mercato». Quella che, fino ad oggi, sembra non esserci stata.

Gabriela Jacomella - Corriere della Sera, 9 giugno 2008

La storia si ripete (?)

lunedì, aprile 28th, 2008

Trovo che invece di spendere energie per stracciarsi le vesti come tanti amano fare, bisognerebbe sforzarsi un po’ di più di studiare storia: dopotutto quella che adesso chiamiamo politica starà nei libri di scuola dei nostri figli, come pure quella che chiamiamo storia è stata la politica dei nostri nonni.
Se si tributasse la dovuta attenzione a tutte le testimonianze che gli storici e i cronisti ci hanno lasciato nei secoli scorsi, tanti capirebbero che buona parte degli errori additati alla nostra società sono già stati commessi: ad alcuni di questi qualcuno ha persino trovato delle soluzioni.
In buona sostanza sono convinto che di questi tempi ci sono molti campioni nello scoprire l’acqua calda!

Atene 370 a.C.

«Quando la città retta a democrazia si ubriaca, con l’aiuto di cattivi coppieri, di libertà confondendola con la licenza, salvo a darne poi colpa ai capi accusandoli di essere loro i responsabili degli abusi e costringendoli a comprarsi l’impunità con dosi sempre più massicce d’indulgenza verso ogni sorta d’illegalità e di soperchieria; quando questa città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per poter continuare a vivere e ad ingrassare nel fango; quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perchè ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi dal rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità; quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l’ha costruita e c’è nato; quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine; c’è da meravigliarsi che l’arbitrio si estenda a tutto, e che dappertutto nasca l’anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle?

«In un ambiente siffatto, in cui il maestro teme ed adula gli scolari e gli scolari non tengono in alcun conto i maestri; in cui tutto si mescola e confonde; in cui chi comanda finge, per comandare sempre di più, di mettersi al servizio di chi è comandato e ne lusinga, per sfruttarli, tutti i vizi; in cui i rapporti fra gli uni e gli altri sono regolati soltanto dalle reciproche compiacenze nelle reciproche tolleranze; in cui la demagogia dell’uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo sulle gambe di chi le ha più corte; in cui l’unico rimedio contro il favoritismo consiste nella reciprocità e moltiplicazione dei favori; in cui tutto è concesso a tutti in modo che tutti ne diventino complici; in un ambiente siffatto, quando raggiunge il culmine dell’anarchia, e nessuno è più sicuro di nulla, e nessuno è più padrone di qualcosa perchè tutti lo sono, anche del suo letto e della sua madia a parità di diritti con lui, e i rifiuti si ammonticchiano nelle strade perchè nessuno può comandare a nessuno di sgombrarli; in un ambiente siffatto, dico, pensi tu che il cittadino accorrerebbe in armi a difendere la libertà, quella libertà, dal pericolo dell’autoritarismo?

«Ecco, secondo me, come nascono e donde nascono le tirannidi. Esse hanno due madri. Una è l’oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia. L’altra è la democrazia quando, per sete di libertà e per l’inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi. Allora la gente si separa da coloro cui fa colpa di averla condotta a tanto disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza, che della tirannide è pronuba e levatrice.

«Così muore la democrazia: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo».

Platone, «La Repubblica» cap. VIII

Ringrazio Carlo Galimberti di Padova che ha segnalato al Gazzettino di oggi questo splendido estratto dell’opera di Platone.

Il pàlpio avanza - Opinioni a caldo del dopo-voto

martedì, aprile 15th, 2008

Seguo in tv più o meno dalle 16.15 l’esito delle urne: in pratica osservo più o meno passivamente di che morte dovremo morire, tanto per vederla in maniera tragica!
La cosa a cui non posso fare a meno di pensare è che gli italiani mi appaiono come una schiera di "pentiti", mi spiego: nel 2006 tanti elettori del Centro-Destra, delusi dai 5 anni del secondo governo Berlusconi, decisero di dirottare il loro voto dall’altra parte della barricata e divenne Presidente del Consiglio Romano Prodi. Fin qui niente di male, o meglio, niente di strano.
Ora, a chi ha seguito con attenzione questa vuota (dal punto di vista dei contenuti, ma straripante di polemiche inutilie e strumentali) campagna elettorale, non avrà potuto fare a meno di notare che la squadra del Cavaliere intende riprendere il lavoro interrotto nel 2006, uno su tutti Giulio Tremonti, unico ad essere certo di far parte nuovamente del Berlusconi ter.
Ora mi chiedo: qual è il motivo per cui gli stessi che bocciarono il Centro-Destra nel 2006 ora lo reinsediano a gran voce? Se non erano soddisfatti di quella politica, per quale motivo dovrebbero essere convinti che quella stessa politica sia la ricetta giusta per rimettere in moto l’Italia?
Evidentemente si sono pentiti. Evidentemente sono convinti che la politica che bocciarono nel 2006 sia "meno peggio" di quella che Prodi propose (o impose) subito dopo.
Chi sostiene il Popolo delle Libertà mi risponderà sicuramente che questo programma è molto diverso ed è più innovativo di quello presentato 2 anni or sono. Onestamente faccio fatica a vedere dove stiano queste novità, tant’è vero che si riparla nuovamente dell’abolizione dell’Ici. Chiaro che chi riteneva giuste quelle misure da adottare, le ritiene giuste a maggior ragione oggi che il paese è stato messo in ginocchio dalla sinistra, o no?

Magari mi sono scappate certe valutazioni, magari ne ho colte troppe, ad ogni buon conto resto in attesa: prego vivamente chi ritiene che Berlusconi abbia qualcosa di innnovativo da offrire di farmi notare dove siano queste innovazioni. Vorrei tanto vederle anch’io.

Se son rose (… e lo sono) fioriranno!

domenica, aprile 13th, 2008

Per dare ospitalità ai cattolici e ai liberali sempre più schiacciati all’interno di Pd e Pdl

Sarà un centro aperto, oltre i partiti

colloquio con Savino Pezzotta


ROMA «Vedo in giro la voglia di un centro che sia diverso sia dalla destra-centro di Berlusconi che dal centrosinistra di Veltroni. Più incontro la gente nei mercati, nelle piazze, e più capisco che cattolici e liberali si sentono schiacciati, nel Pdl e nel Pd. Noi dobbiamo far nascere un partito aperto, costruito dal basso e capace di far partecipare davvero i cittadini».

Così Savino Pezzotta vede la Costituente di centro, di cui occuperà «la cabina di regia» senza atteggiarsi a segretario, «altrimenti il discorso della partecipazione viene meno: quando è stato fatto l’accordo elettorale era chiaro che il coordinamento della Costituente sarebbe toccato al sottoscritto, ma dal 14 aprile troveremo con gli altri il modo di favorire la crescita dal basso.
Ci sarà l’Udc, la Rosa bianca, il Movimento liberal ma ci rivolgeremo anche agli ex popolari della Margherita e a tante formazioni civiche che oggi non trovano rappresentanza nei partiti maggiori».

Anche lei immagina dunque un disagio diffuso nel Pdl e nel Pd, e di poterne approfittare.

«Dico che non bisogna perdere l’occasione. Siamo alla vigilia di una sfida elettorale importante e il voto ci rafforzerà, ma questo non deve spingerci a un percorso verticistico. La Costituente deve preparare un partito nuovo, non limitato appunto alle formazioni presenti nella lista, ma capace di accogliere quello che emerge dal territorio e di inventare una forma partito davvero innovativa: immagino una struttura a rete, in cui nessuno si sente in periferia. Serve un esempio?».

Parliamo di un modello diverso dai partiti tradizionali, gli esempi servono.

«Immaginiamo qualcosa che funziona come internet, un reticolo con dei collegamenti che però, anche ai livelli più alti, non si trasformano mai in vertice staccato dal resto. Subito dopo le elezioni dobbiamo lanciare un appello a tutti quelli che ci stanno, senza pensare di metterci il cappello sopra, e da lì aprire un dibattito».

Benedetto XVI ha appena ricordato che chi ha responsabilità pubbliche deve soprattutto ascoltare.

«Ci prenderemo il tempo necessario, vedremo chi aderisce e insieme definiremo un manifesto programmatico, uno statuto che garantisce le regole, un codice etico per la selezione dei gruppi dirigenti secondo uno schema di partecipazione dal basso. Non possiamo più pensare ad aggregazioni leaderistiche, servono forme popolari».

E proprio sul coinvolgimento diretto delle persone che Pdl e Pd sembrano avere limiti, e non tutto si può spiegare con la perdita dei fattori di coesione sociale del Novecento.

«Vengo via da Arcore, non ci sono andato per incontrare il Cavaliere ma per parlare al mercato: ho avuto ulteriore prova che la gente non è contro la politica, è la politica che non parla più con le persone. Se hai la pazienza di ascoltarle capisci cosa pensano, cosa vogliono, puoi anche trovare ostilità ma alla fine ti dicono: meno male che uno è venuto a parlarci».

L’idea non è quella di costruire un nuovo partito dei cattolici.

«Non parlo di un partito cattolico ma di una forza che contiene l’ispirazione cristiana, rappresenta le radici di questo Paese e si incontra con la cultura liberale e democratica, secondo l’idea di Croce: riconosciamo che non possiamo non dirci culturalmente cristiani. Dobbiamo fare una battaglia perché non muoiano nostre le grandi tradizioni politiche, quella cattolica e quella liberale, oggi schiacciate nel Pdl e nel Pd. Così possiamo davvero rappresentare un fatto innovativo, ma ci riusciamo se non si riduce tutto a un’operazione leaderistica. Casini e Pezzotta devono esserci ma devono aprirsi a una partecipazione più larga possibile».

In concreto come potrebbe essere formata la Costituente di centro?

«Con dei comitati territoriali, a livello comunale e regionale, tutti invitati a pensare insieme la forma partito, che credo dovrebbe essere federativa, una forma civica, aperta alle associazioni sul territorio. Solo così avremo una capacità di penetrazione e di rappresentanza davvero forte».

Anche il Pd è partito da discussioni sul territorio. Poi ha celebrato primarie con un risultato scritto in partenza.

«E infatti per evitare una cosa del genere io dico che dobbiamo prenderci tutto il tempo necessario. Non possiamo essere solo un partito d’opinione, dobbiamo rendere il cittadino protagonista e non suddito o cliente, né ridurci a chiamarlo una volta ogni tanto con le primarie, per eleggere un leader investito di una carica assoluta. Non è possibile che sia il vertice a decidere tutto, dalla composizione delle liste, dall’operaio della Thyssen da schierare all’occorrenza ai coordinatori locali. Le candidature si fanno con le indicazioni che arrivano dal basso. Il senso della Costituente per me e la Rosa bianca è questo».

Coinvolgere l’associazionismo: strano che in Italia ci sia ancora un “mercato” di questo tipo non ancora colonizzato.

«Non è facile assecondare il passaggio dalle aggregazioni popolari o di classe al prevalere delle soggettività personali. Dobbiamo trovare nuove forme per mettere insieme le persone. Nella Costituente dovremo saper coinvolgere anche gli intellettuali che in genere restano alla finestra».

I laicisti diranno che si vuole riproporre un partito confessionale.

«E invece noi pensiamo a una nuova forma di laicità, una laicità positiva. Si tratta di separare Stato e Chiesa come peraltro abbiamo già fatto nel Novecento, anche con molte asprezze, e di riconoscere che nel mondo attuale le religioni hanno un ruolo sociale: basta vedere cosa accade con i fondamentalismi e gli integralismi. D’altronde se c’è una distinzione da fare non è tra laici e cattolici».

Qual è invece?

«È tra pluralismo etico e relativismo etico. Il primo consiste nel cercare comunque la verità, il secondo invece la nega, e questo come si può capire determina un condizionamento della democrazia».

Appunto: i condizionamenti del relativismo non risparmieranno la Costituente di centro.

«Noi partiamo dalla nostra visione del mondo e possiamo aprirci alla visione degli altri. Puoi farlo solo se ti riferisci con chiarezza a una cultura, a un pensiero, una tradizione. E nel confronto bisogna far rispettare il principio della democrazia: se non si riesce a trovare una conciliazione la maggioranza decide».

Errico Novi, da “LIBERAL” - 10 aprile 2008

Elaborazioni, elucubrazioni, el…

martedì, aprile 8th, 2008

Sarà, ma il simbolo dell’Unione di Centro l’avrei preferito così:

unionedicentro

… to be “in man al pàlpio”… conseguenze!

mercoledì, aprile 2nd, 2008

Tornerò a votare ma solo a queste condizioni

Sono moltissimi anni che non vado a votare e, come me, penso ci siamo tante persone. Basta vedere la riduzione costante della percentuale dei votanti ogni qualvolta siamo chiamati ad esprimerci su chi ci governerà sia a livello locale che centrale. Disse un grande statista che votare è un dovere, non votare è una viltà, votar male è un tradimento. È proprio questo votar male che mi impedisce di esprimermi. Io un giorno voterò e voterò per chi, dopo aver governato, mi avrà garantito e messo in atto tutta una serie di cose e cioè:
Quando gli aumenti delle pensioni saranno collegati all’aumento dei contratti dei lavoratori e non alla percentuale da fame e non sempre veritiera dell’Istat.
Quando verrà ridotto drasticamente il numero dei parlamentari.
Quando a chi guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di droghe e provoca vittime o feriti gravi, sia impedito di guidare per il resto della vita.
Quando nei rami del parlamento non siederanno persone che abbiamo commesso atti terroristici con vittime o siano accusati di altri gravi reati.
Quando potrò camminare tranquillamente sul marciapiede senza paura di essere investito da ciclisti o da ciclomotori.
Quando ci sarà il tanto promesso poliziotto di quartiere.
Quando vedrò proprietari di cani pulire i bisogni dei propri animali o essere multati per aver trasgredito alle ordinanze.
Quando sugli autobus non sarò solo io a obliterare il biglietto e ci sarà un adeguato controllo affinché tutti paghino il servizio.
Quando ci sarà la certezza della pena.
Quando saranno emanate leggi con le quali si stabilisca che i detenuti devono lavorare e non oziare tutto il giorno.
Quando un residente in Veneto, Lombardia, Emilia, ecc. si sentirà uguale al cittadino della Valle d’Aosta, del Trentino Alto Adige, del Friuli Venezia Giulia, della Sicilia e della Sardegna.
Quando chi ha commesso gravi reati, il giorno dopo l’arresto non sia rimesso in libertà.
Quando non sarà buttato inutilmente denaro pubblico (vedi il ponte di Calatrava).
Quando finalmente si potranno licenziare i fannulloni dagli uffici pubblici.
Quando avremo la tranquillità di camminare per le strade a qualsiasi ora del giorno o della notte, senza correre il pericolo di essere derubati, picchiati o peggio ancora.
Benessere non vuol dire solamente avere una bella macchina, avere il telefonino ultima generazione con Tv e navigatore incorporato, non vuol dire fare le vacanze da sogno in località esotiche. Benessere vuol dire star bene complessivamente, vivere in una città a misura d’uomo con servizi adeguati, passeggiare senza pericoli con i propri figli e con la propria donna. Essere sicuri anche in casa propria e non vivere blindati. Questo è il benessere che ci devono garantire i nostri amministratori senza grandi discorsi e grandi utopie.

Giancarlo Vianello, Marghera (Venezia)
01/04/08 - Il Gazzettino