Archive for the ‘Varie’ Category

Il paese delle due culture

domenica, febbraio 15th, 2009

Il mio libretto, nato per fornire notizie biografiche e di poetica agli studenti, La penna d’oro (ed. Morganti), è stato pochi giorni fa il motivo per far divampare un piccolo caso letterario. Infatti, oltre ai temi accennati, raccontavo in esso molto sobriamente alcuni episodi che mi sono capitati nella ormai lunga carriera di scrittore. Essi hanno un denominatore comune.
Quasi sempre si tratta di occasioni perdute, di porte che si sono chiuse per me perché ho sempre dichiarato con naturalezza di non appartenere alla legione degli scrittori “progressisti” ma a quella, assai più modesta, dei “conservatori”, specie sul versante dell’etica.
Nel libro accennavo più volte al fatto che la cultura egemone in Italia era quella dei progressisti, degli intellettuali radical-socialisti. Questa cultura, spesso, trascura scrittori e intellettuali che non rientrano nei suoi schemi; quelli che ammettono la possibilità di un ritorno dello spiritualismo, e dunque ritengono che la metafisica materialistica stia per entrare in crisi. (Per “metafisica” oggi s’intende una concezione che comprenda la totalità dell’Essere).
Questa cultura egemone non di rado è piuttosto esclusiva. Infatti è convinta di essere la sola autenticata dalla Storia. quante volte abbiamo sentito pronunziare da intellettuali di sinistra frasi come questa: «Una cultura di destra non esiste?». Essa contiene anche un versante di verità, nel senso che le destre politiche non hanno mai attribuito alla cultura lo stesso valore e la stessa importanza che le assegnano i progressisti, in particolare da Gramsci in poi.
Ma una cultura alternativa a quella egemone in realtà esiste. Si possono fare anche molti nomi di intellettuali che vi appartengono: per esempio Citati, Ceronetti, Calasso, Zolla, Campo, Augusto Del Noce, Veneziani, Pomilio, Branca, Getto, Santucci, Chiusano, Testori, Eugenio Corti, Conte, Bo, Amoroso e tanti altri. Non è il caso di sprecare tempo a insistere che questa cultura alternativa esiste, perché la cosa è evidente e non richiede alcuno sforzo dimostrativo. Piuttosto vale la pena di chiedersi perché in Italia vi siano due culture così nettamente antitetiche, divise su ogni cosa: in politica, in economia, in letteratura, in sociologia, nel cinema, nel teatro, nei comportamenti, nella propaganda, nella stampa, nelle televisioni, nell’editoria, nell’arte figurativa. In altre parole vi sono due Italie, e il fatto è confermato da ogni elezione politica o amministrativa.
Questo potrebbe essere anche un aspetto positivo, se le due Italie agissero tra loro in modi cavallereschi e veramente democratici; la democrazia nasce infatti dalla pluralità.
Ma tra le due Italie e le due culture non v’è un rapporto generoso, comprensivo. In politica, e in tutte le attività che con la politica si connettono, le due Italie tentano, non di rado, di demonizzarsi reciprocamente. Il loro disprezzo reciproco è totale e senza spiragli. La loro guerra, per fortuna soltanto di parole, è eterna. Nelle cose culturali una, quella egemone, nega l’esistenza dell’altra: un po’ come gli arabi estremisti negano l’esistenza dello stato di Israele.
Ma perché in Italia la situazione è questa? Perché pare che da noi la guerra civile sia finita soltanto ieri? Perché questa partigianeria così spinta che ogni intesa pare impossibile? Perché gli italiani, forse unici in Europa, invece di amare la Patria e i suoi valori, si sentono eternamente partigiani dell’uno o dell’altro schieramento? Perché si tende sempre a scavare fossati, anziché trovare un accordo, almeno di fronte alle problematiche più gravi e assillanti? Perché si applicano le distinzioni di sinistra e di destra anche lì dove esse stridono e sono chiaramente pleonastiche?
Cercherò d’indicare alcune cause che a me paiono evidenti. Da sempre gli italiani si portano nel sangue, nei cromosomi, del Dna, non l’orgoglio unificante della loro grandissima civiltà, che fino alla fine del Seicento fu il modello delle cultura europee, ma quello di essere uomini di parte. Secoli fa v’erano guelfi e ghibellini, bianchi e neri, filospagnoli e filofrancesi; accadevano le sfide di Barletta, nella storia si misuravano in continuazione rivoluzionari e codini. Dal 1943 al ’45 ci fu la terribile guerra civile tra repubblichini e partigiani.
Tutti gli orrori e le crudeltà di simili guerre accaddero in quella italiana, che continuò a mietere vittime anche dopo la sua fine. Scrisse il Carducci: “Oltre il rogo non vive ira nemica”. Ma in Italia quell’ira, sembra, non riesce mai a spegnersi.
Dopo la fine delle guerra civile le sinistre si impadronirono dei successi della lotta partigiana, e parlarono e agirono come se il merito del ritorno alla democrazia appartenesse completamente a loro. Senza dubbio la partecipazione alla guerra antinazista e antifascista le sinistre ebbero “magna pars”. Ma ciò non giustifica del tutto il loro atteggiamento, tanto più che in pectore nutrivano l’intento di passare dalla dittatura fascista a quella comunista. La nuova Italia per loro fu solo l’Italia della Resistenza; nacque una cultura socialista, un’arte e una letteratura neorealista, una saggistica storica e sociologica quasi per intero progressiste. Gli intellettuali si schierarono quasi tutti da quella parte, e non ci fu pressoché spazio per culture diverse.
I libri e i film sull’inferno nazista furono numerosissimi, mentre quelli sugli orrori del totalitarismo staliniano pochi e contestati. Poi, dopo Mani Pulite, le sinistre riuscirono ad avere l’egemonia anche nei grandi giornali, nella Radiotelevisione di Stato, nella editoria. Anche oggi, che le sinistre sono politicamente in minoranza, la loro egemonia culturale continua. E chi non sta dalla loro parte, e non è “politicamente corretto”, viene ignorato il più possibile e considerato quasi inesistente.

Carlo Sgorlon
Il Gazzettino -
15/02/09

Primavera 2008

lunedì, luglio 7th, 2008

Straordinario! Ne voglio una foresta!

lunedì, giugno 9th, 2008

La ‘mangia-zanzare’ - Il comune di Buccinasco, alle porte di Milano, ha avviato un progetto pilota: userà la Catambra, pianta originaria dell’America Boreale, per combattere le zanzare che infestano le zone abitate. L’arbusto, alto 3,5 metri, e che non necessita di particolari cure, deve la sua efficacia contro i fastidiosi insetti a una sostanza particolare, il catalpolo, dotata di una straordinaria forza repellente, capace di allontanare anche la temibile zanzara ‘tigre’. La pianta è frutto del lavoro del botanico di Buccinasco Simone Bicocchi, che è riuscito a selezionarne un esemplare con un contenuto di catalpolo quattro volte superiore alla norma.

Migration complete!

mercoledì, maggio 28th, 2008

Eccomi qua! Ora sono su WordPress, un CMS serio… :)

Grazie a questa pagina sono riuscito a migrare tutti i miei vecchi post: posso dire che l’operazione è riuscita ma, come era prevedibile, qualche problemino di formattazione l’ho incontrato. Niente di grave!

Il blog manterrà la stessa impostazione: alternerò considerazioni personali a un mix di articoli che riterrò interessanti, prevalentemente riguardanti la politica.

Prossimamente apporterò nuove modifiche e migliorie, per ora mi fermo qui.

Tanto per fare chiarezza

lunedì, febbraio 25th, 2008

Riporto una bellissima quanto profonda risposta che Padre Angelo Bellon, domenicano e docente di teologia morale, da sulle tesi esposte dal matematico Pierluigi Odifreddi nel suo libro Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici).

Quesito

Caro Padre Angelo,
ha letto il libro del matematico Piergiorgio Odifreddi, il quale ritiene che il cristianesimo e ancor di più il cattolicesimo, siano argomenti per decerebrati, che fanno solo comodo agli uomini di chiesa, ma non hanno nessun fondamento storico, soprattutto le interpretazioni e la dogmatica creata dalla chiesa nel corso della sua storia.
Mi piacerebbe un suo giudizio ma soprattutto una sua smentita di queste teorie che stanno prendendo piede nell’ambito culturale odierno.
grazie
Roberto R.


Risposta del sacerdote

Caro Roberto,
la risposta che do alle argomentazioni del matematico è duplice.

1. La prima: la matematica in maniera indiscussa è una scienza. Ma non è l’unica scienza, e cioè l’unico sapere degli uomini.
Già il vecchio Aristotele diceva che ci sono tre modi di conoscere la realtà.

a)Il primo è quello che la giudica dai suoi avvenimenti, dal come si svolgono, dal chi vi partecipa. Questo è il modo comune di conoscere al quale tutti si attengono quando si scambiano notizie, informazioni, quando vanno a vedere una partita, quando nei tribunali e nei processi si vuole conoscere chi è stato, che cosa ha fatto, per quali intenzioni ha agito, quali siano state le circostanze dell’azione.
In questo primo modo di sapere (o fare scienza) la matematica non c’entra per nulla.

b) Il secondo modo di fare scienza è quello della matematica e scienze affini. Si vuole conoscere la realtà sotto una particolare angolatura che è quella della quantità, del calcolo…

c) Vi è un terzo modo di porsi di fronte alla realtà, e si interroga sul perché delle cose: ad esempio perché viviamo, qual è il senso del dolore, qual è il senso della vita presente, perché sposarsi, perché lavorare, perché essere religiosi…
Questo terzo modo di sapere, con criteri rigorosi, appartiene alla cosiddetta metafisica.
Anche in questo terzo modo di sapere la matematica non c’entra nulla.

L’errore di fondo di Odifreddi è proprio questo: di assolutizzare il criterio della matematica, come se fosse l’unico modo di conoscere in maniera adeguata la realtà.
Come vedi, tutta la storia del pensiero, della filosofia, della morale va a farsi friggere. Così pure la teologia… tutta roba da decerebralizzati, e cioè da gente senza cervello.
L’errore di Odifreddi è così grave che lo si può paragonare al giudizio di un daltonico, che voglia descrivere i colori di un quadro. Come sai, il daltonico non percepisce tutti i colori, ma solo qualcuno. Il suo giudizio necessariamente sarà sfasato e nessuno andrebbe a consultarlo.
Odifreddi è come un cieco che dice: non esiste la luce, non ci sono i colori, perché non li vede.
Per questo Odifreddi non ha nessuna autorevolezza nell’ambito del pensiero. Sarà un bravo matematico, ma stia nella sua materia e non dica che non vi sono altri modi di conoscere il reale ad eccezione del suo.
I giornalisti televisivi gli hanno fatto propaganda. Ma io credo che lo invitino solo per avere davanti uno che faccia la parte dell’avvocato del diavolo.

2. La seconda riposta che darei a Odifreddi è questa.
Sant’Agostino, prima della conversione e sul momento della conversione non era certamente un uomo di Chiesa. Non aveva niente da difendere. Era semplicemente alla ricerca della verità. E la ricercava da pari suo. Dicono i suoi contemporanei che a Cartagine, quand’era studente, non era secondo a nessuno per intelligenza. Arrivato a Roma, appena ventenne, diedero a lui l’incarico di tessere un discorso all’imperatore. Non era dunque il primo stupido che passava per la strada. Dovranno passare ancora dieci anni prima della sua conversione e del suo Battesimo.
Era un decerebralizzato S. Agostino?
Sarebbe un’affermazione così grossolana che non si dovrebbe prendere neanche in considerazione.
E tutti gli artisti, i pittori, i musicisti cristiani erano e sono decerebralizzati?
E in Francia, quando accolgono all’Accademie Francaise le migliori intelligenze, e capita che vi accolgano anche dei pensatori cattolici, possiamo dire che in quel consesso di pensatori accolgono dei decerebralizzati?
Papa Woytjla, che indubbiamente è stato la più grande personalità dell’ultima parte del secolo ventesimo, che col suo impulso ha fatto crollare il comunismo e ha cambiato la storia del mondo, era un decerebralizzato?
Odifreddi non poteva cadere più in basso. Si squalifica da se stesso.
Bisognerebbe che questo matematico avesse il senso del limite e diventasse più umile, lui, che nel dare simili giudizi, mi pare così gnomo di fronte a veri giganti.

Ti ringrazio, caro Roberto, di avermi dato l’opportunità di puntualizzare questi concetti.
Ti assicuro il mio ricordo nella preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

Proverbio del giorno

domenica, luglio 29th, 2007

‘na motta e ‘na busa i fà un gualìvo.
[Letteralemente: una cosa alta e una cosa bassa fanno una cosa piatta]

E’ un proverbio che preferisco di gran lunga al bistrattato "un colpo al cerchio e uno alla botte". Lo trovo molto, molto più caratteristico, anche se alla fine il significato è lo stesso.